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I) IL SERVO DI DIO ANGELO RAMAZZOTTI

“Un uomo non del nostro tempo, ma per il nostro tempo, dal quale abbiamo tanto da imparare”. Così Angelo Montonati dice di Angelo Ramazzotti, di cui ha scritto la biografia (“Angelo Ramazzotti (1800-1861)”, EMI ottobre 2000, pagg. 230).
Il card. Angelo Roncalli, patriarca di Venezia, diceva di lui: “Fu un uomo d’eccezione, fu un santo”.

Da avvocato a Oblato missionario di Rho

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Angelo Ramazzotti nasce a Milano il 3 agosto 1800 (siamo a 211 anni dalla nascita!), da Giuseppe e Giulia Maderna, ambedue saronnesi. Il padre di Angelo, nato nel 1757, aveva conseguito il diploma di ragioniere e si trasferì a Milano facendo la professione di amministratore. Don Cagliaroli, segretario e primo biografo di mons. Ramazzotti, scrive del papà di Angelo: “Giuseppe Cristoforo era uomo di provata onestà e profondi sentimenti cristiani, condivisi dalla moglie e trasmessi ai figli”.

La madre di Angelo, Giulia, veniva dalla famiglia dei Maderna, anch’essa di Saronno. Alcuni suoi parenti rivestivano cariche pubbliche. Merita di essere ricordato Antonio Maderna, legale rappresentante del governo della Repubblica Cisalpina (ricordate? quella di Napoleone).
Nel 1797 il governo incamera il convento dei Francescani di Saronno e la vicina chiesa di S. Francesco Saverio e li mette all’asta. Antonio Maderna riesce ad ottenere che la chiesa passi alla prevostura come sussidiaria e assegna il convento a Giuseppe Ramazzotti, padre del Servo di Dio Angelo. Questa è la casa che eredita padre Ramazzotti dal papà (morto nel 1819): nel 1836 vi fonda un oratorio e poi l’orfanotrofio, e nel 1850 la prima sede del Seminario lombardo per le missioni estere.

Angelo Ramazzotti si laurea in diritto civile ed ecclesiastico a Pavia nel 1823 e per due anni esercita la professione di avvocato presso uno studio legale a Milano. Di grande bontà d’animo e vita cristiana, fin da ragazzo voleva farsi prete: nel 1825 entra nel seminario diocesano, è ordinato sacerdote il 13 giugno 1829 ed entra fra gli Oblati di Rho. Tre caratteristiche dei suoi anni di giovane prete:

1) Era un paciere, portava la pace. L’Arcivescovo di Milano si serviva di lui per missioni particolarmente delicate, per sedare malcontenti e comporre litigi: la sua opera di mediazione era gradita a tutti. Lo mandava in paesi divisi in fazioni in lotta fra loro e lui, come prete ed avvocato, sapeva riportare la pace. Nel 1836 inizia un oratorio festivo nella sua casa patrimoniale di Saronno (dieci anni prima che don Bosco aprisse il primo oratorio a Valdocco); la stessa casa è anche orfanotrofio per gli orfani del colera del 1835-36, ai quali si aggiungono nel 1848 i figli dei militari austriaci costretti a fuggire da Milano durante le famose “Cinque giornate” dell’insurrezione popolare. In casa sua bambini austriaci e italiani vivevano assieme e andavano d’accordo!

2) Appassionato predicatore, nei vent’anni dal 1830 al 1850 tiene 179 corsi di otto giorni e 35 corsi di 15 giorni ciascuno, fra missioni al popolo ed esercizi spirituali! Da “missionario di Rho”, “sentiva il fascino del pulpito” e si dedicava alle “missioni al popolo”. Il suo modello era San Vincenzo de Paoli che dava ai predicatori questo suggerimento: “Poca oratoria, poca retorica, linguaggio semplice e molto catechismo”. Ramazzotti si acquista la fama di predicatore efficace perché gradito a tutti. Angelo Montonati scrive nella sua biografia (“Angelo Ramazzotti, Fondatore del Pime”, Emi 2000, pagg. 223, citazione a pag. 35), spiegando il motivo di questo gradimento e citando testimoni del tempo:
      “I parroci che poterono ascoltarlo in quelle occasioni concordano nel sottolineare lo zelo apostolico di don Angelo e in modo particolare il suo stile che sapeva adattarsi ad ogni tipo di uditorio: con i sacerdoti usava il linguaggio dei teologi e degli esegeti, con il popolo cambiava totalmente registro, esprimendosi in modo semplice e schietto e ricorrendo spesso al dialetto. “Parla proprio da paesano” commentavano soddisfatti gli ascoltatori”. E questo in conseguenza del fatto che lui, uomo colto, sentiva il desiderio di predicare alla gente incolta (“in erudiendis rudibus hominibus”).

3) Angelo Ramazzotti, fin dagli anni trenta dell’Ottocento, quando non era ancora nata l’Italia, coltivava una forte sensibilità missionaria e avrebbe voluto dedicarsi alle missioni estere, ma non esisteva in Italia un istituto missionario per i sacerdoti diocesani. La richiesta di Pio IX all’Arcivescovo di Milano nel 1847 lo porta a realizzare il progetto nel 1850, fondando il primo istituto missionario in Italia, il “Seminario lombardi per le Missioni estere” che oggi è il Pime.
Dal settembre 1850 al maggio 1958 è vescovo a Pavia e poi fino alla morte patriarca di Venezia (24 settembre 1861).

1) Pastore di spirito missionario

Nell’episcopato a Pavia e Venezia si distingue per un infaticabile ardore apostolico. Metropolita della regione triveneta, Ramazzotti convoca diverse volte i Vescovi e celebra il primo Concilio provinciale del Triveneto nell’ottobre 1859. Per la prima volta da più d’un secolo, nei soli tre anni e mezzo di permanenza a Venezia, compie la visita pastorale nelle parrocchie del patriarcato e manda le prime suore italiane in missione: nel 1860 partono da Venezia, per diretto suo interessamento, le Canossiane per Hong Kong e le Suore di Maria Bambina per il Bengala indiano, in aiuto ai missionari del Seminario lombardo per le missioni estere da lui fondato.

Ramazzotti voleva un clero diocesano di spirito missionario: esorta i sacerdoti a vivere in piccole comunità e lui stesso ne prende alcuni con sè in episcopio (la sua “famiglia”), che inviava come sostituti di sacerdoti ammalati o per le missioni al popolo. Quando entra a Venezia, c’è il lungo cerimoniale di accoglienza del Patriarca sul Canal Grande, con le gondole solenni, le autorità, la gente bene che lo applaude… Subito dopo, con la gondola personale va a trovare gli unici due preti che non avevano potuto intervenire perchè ammalati.
La prima visita pastorale che fa nel luglio 1858 (era arrivato a Venezia a maggio) è alle parrocchie più povere della Diocesi nell’Estuario, e si accorge che ci vivono pochi preti. Allora lancia l’appello per l’Estuario: ma nessuno vuole andare in quelle terre così povere. Ramazzotti pubblica una lettera al clero che meriterebbe di essere ripubblicata oggi. Dice il suo dolore perchè nessuno si è presentato: “La povertà è la divisa del prete” e il prete dovrebbe pretendere di essere mandato in quelle situazioni di povertà, non rifiutare di andarci”.

2) Un rapporto evangelico con il potere politico

Ramazzotti era nato nel Lombardo-Veneto e riconosceva nell’Imperatore d’Austria il legittimo Sovrano, non era un patriota per l’unità d’Italia: ma sapeva anche prendere posizioni contro il governo. Da Vescovo di Pavia e Patriarca di Venezia teneva i collegamenti col governo austriaco a nome dell’episcopato del Lombardo-Veneto: è nominato consigliere privato della Corona d’Austria e membro del consiglio della Corona imperiale a Vienna (parlava bene il tedesco che aveva studiato all’università).

Si vede anche in questo il suo equilibrio, la sua moderazione, il suo senso di difesa della missione della Chiesa. Per esempio, quando la Luogotenenza austriaca, mentre Ramazzotti era a Pavia, gli chiede l’elenco dei professori da nominare nel ginnasio vescovile: egli si rifiuta di consegnarlo perchè quello era compito del Vescovo, che si basava, al di là delle idee politiche, sulla loro moralità e capacità d’insegnamento. Quand’era Patriarca di Venezia, ha avuto sacerdoti arrestati, accusati di cospirazioni politiche: ha saputo difenderli con fermezza ed equilibrio.
Così non accetta il “Catechismo imperiale”, che il Ministero del culto di Vienna imponeva alle Diocesi italiane. Siamo nel periodo pre-unitario e l’Austria voleva servirsi dei parroci con questo Catechismo imperiale per instillare nella gente l’idea che, se si disobbediva all’Imperatore, si disobbediva a Dio. A Pavia, Ramazzotti lo rifiuta, dicendo che spetta alla Chiesa fare il Catechismo.
Possiamo dire che era un vescovo piuttosto conservatore in politica, ma progressista per quanto riguarda la carità e l’impegno a favore dei poveri.

3) Inesauribile spirito di carità

Visita spesso ospedali e carceri, istituisce opere per la gioventù abbandonata e per i poveri, scuole regolari e serali, ecc. L’Italia l’hanno fatta i re, i diplomatici, i generali e i garibaldini, ma ricordiamoci che gli italiani li hanno fatti la Chiesa e i santi come Ramazzotti. L’Ottocento italiano è ricco di figure come la sua, vescovi, preti, suore e laici, impegnati nell’educazione, nella sanità, nell’aiuto ai poveri, nei ricupero dei marginali o, come Ramazzotti, spalancano agli italiani gli orizzonti sconfinati dell’universo mondo.
Mentre è Vescovo a Pavia ci sono gravi disastri naturali: il colera e l’inondazione del Po e del Ticino: con scarsi mezzi realizza miracoli di assistenza e si reca in barca a visitare, uno per uno, i paesi allagati… Il suo amministratore lo rimproverava perchè spesso dava tutto quel che aveva in carità.

Quello che lo colpisce molto sono le carceri. Ramazzotti nomina dei cappellani per i detenuti e per gli ospedali. E lui stesso, il Patriarca, predica gli esercizi spirituali nelle carceri e nella casa di redenzione delle prostitute. A Pavia si faceva affidare dalla polizia imperiale i minori condannati per furti o altro e li mandava nel suo orfanotrofio, perchè, diceva, le carceri per un minore sono una scuola al crimine.
Ecco, una delle caratteristiche di Ramazzotti: amava la carità organizzata, creava opere col sigillo della continuità e dell’organizzazione. Ad esempio aiutava le “Pie case d’industria”, istituti che accoglievano i poveri e davano loro da mangiare e da dormire e quando potevano li impiegavano anche in qualche lavoretto. Convogliava la carità in questi istituti, aiutava le case dei derelitti o delle donne che venivano ricuperate, le scuole per sordomuti… A Venezia istituisce un ricovero per i fanciulli “vagabondi e delinquenti”: la piccola malavita che c’era già allora. A Pavia fonda le scuole serali per i ragazzi che lavoravano durante il giorno.

Nelle sue lettere pastorali raccomandava sempre le opere di carità. Diceva: sostenete l’opera delle sordomute, le Pie case d’industria… A Venezia c’era l'”Opera della pubblica beneficenza”, organismo che in collaborazione col Patriarca organizzava tutta la carità della Diocesi: e Ramazzotti raccomandava di aiutare quest’opera, che si divideva in settori per le varie necessità. Così, quando Ramazzotti va via da Pavia, le sue opere continuano anche senza di lui, avevano ormai i loro benefattori, organizzatori, ecc.

A Venezia c’era a quel tempo una situazione di grande miseria. In occasione di una delle tante carestie, Ramazzotti pubblica una lettera pastorale in cui raccomanda di guardare a chi sta peggio, non a chi sta meglio, e di aiutare chi non ha il necessario. Ma parla anche ai poveri, dicendo loro: non adagiatevi nella vostra povertà ed a ricevere dagli altri il necessario alla vita; datevi da fare, impegnatevi a trovare il vostro cibo e lavoro….
Molti i richiami alla carità nelle lettere pastorali di Ramazzotti. Nel febbraio 1957, a Pavia, pubblica una pastorale di Quaresima sulla carità verso i poveri, che merita una segnalazione, perchè ancora attualissima, per noi che viviamo nella società dei consumi. Leggiamone alcuni passaggi:

“La carità vive di sacrifizi; invece i sensi e le passioni, quanto più sono lusingati, tanto più si fanno esigenti. Bisogna dunque che il cristiano, il quale vuol essere pronto alle opere di carità, abbracci lo spirito le opere della penitenza, ammaestrando se stesso alla scuola della croce, dove il Dio della carità si è fatto appunto l’uomo dei dolori… A voi specialmente, o ricchi, mi rivolgo. Dio vi ha donato tanti beni dei quali altri sono privi che pure sono suoi figli: ma mentre Dio vi dona con una mano questi beni, con l’altra addita l’immagine sua nei vostri fratelli poveri…
“Nessuno forse più di voi ricchi – continua Ramazzotti – ha bisogno di coprire con la carità la moltitudine delle proprie mancanze, molte essendo le seduzioni del vostro stato e molti i doveri che esso vi impone. Chi dunque potrà salvarsi nel gran giorno dell’ira di Dio, se la fame e la nudità di tanti miserabili si eleverà ad accusarvi e apparirà che fu la fame e la nudità di Gesù Cristo medesimo?
“Che avviene d’ordinario quando il ministro di Dio tiene questo linguaggio? Non pochi di coloro ai quali si dirige si escludono nel loro cuore dal numero dei ricchi: ognuno si richiama i bisogni della famiglia, le privazioni di cui sente la pena, le incertezze dell’avvenire e crede detto per altri quello che è detto per lui…”.

II) LE CARATTERISTICHE DI FONDAZIONE DEL “SEMINARIO
LOMBARDO PER LE MISSIONI ESTERE”

La fondazione dell’Istituto missionario di Milano è uno dei segni più belli di quel generale risveglio missionario che caratterizza la vita della Chiesa nel secolo scorso. Nel 1700, l’orgoglioso “secolo dei lumi”, la Chiesa e di conseguenza la missione ai non cristiani erano in totale decadenza. In Europa, l’illuminismo e le filosofie razionaliste, i contrasti fra i governi e la S. Sede, la soppressione dei gesuiti e infine la Rivoluzione francese avevano inaridito lo spirito missionario dei cattolici.

Voltaire aveva previsto, nel 1773, che “nella cultura nuova non ci sarà futuro per la superstizione cristiana. Io vi dico, aggiungeva, che fra vent’anni il Galileo (cioè Gesù di Nazareth, n.d.r.) sarà spacciato”. D’altra parte, nei paesi dell’Oriente, dove in prevalenza si dirigevano i missionari, la famosa “questione dei riti cinesi”, i contrasti fra gli ordini religiosi e le persecuzioni ebbero l’effetto di smorzare quello spirito avventuroso di conquista del mondo a Cristo, che aveva caratterizzato l’epopea missionaria del tempo di S. Francesco Saverio, Ricci, De Nobili e De Rhodes nei secc. XVI-XVII.

A) La rivoluzione missionaria nella Chiesa dell’800

All’inizio del 1800, dopo la parentesi della Rivoluzione francese e delle guerre napoleoniche, si determinano condizioni favorevoli ad una ripresa in grande stile dell’attività missionaria: le nuove scoperte geografiche che favoriscono i contatti col mondo non cristiano, la rinascita dei gesuiti, dei missionari di Parigi e di altri istituti soprattutto francesi, la restituzione dei beni a Propaganda Fide e soprattutto lo spirito missionario dei Papi, che appare nell’800 assai rinvigorito rispetto al secolo precedente. Si ripete nell’800 un fenomeno profetico: la Chiesa perde in Europa molti dei privilegi di cui godeva quando era alleata delle corti reali e della nobiltà; non solo, ma viene combattuta dai governi della “restaurazione” e dalle correnti di pensiero che rappresentavano lo “spirito moderno” di quel tempo, liberalismo, mazzinianismo, marxismo, razionalismo, socialismo.
Ma, nello stesso tempo, l’800 è un secolo di vigorosa rinascita cristiana che parte dal basso, non programmata ma che prorompe nella vita del popolo con la forza di nuovi carismi. Lo Spirito rinnova ad ogni epoca storica la Chiesa, per vie che Lui solo conosce.

Mentre papato, diocesi, parrocchie, soffrono per la scarsezza di clero e di beni materiali, nascono nel popolo numerosi movimenti spirituali, sociali, caritativi, di evangelizzazione, di pietà popolare, di missione, che rinnovano radicalmente la vita cristiana. Nell’800 nscono 90 congregazioni religiose maschili e femminili, ciascuna col suo carisma profetico di rinnovamento ecclesiale. Lo storico Martina scrive che in questo secolo “nasce una Chiesa più pura e più giovane”, che ha “perso la forza politica di prima, ma ha intensificato la sua azione spirituale ed educativo-caritativa”.

La ripresa missionaria è uno dei segni più esaltanti di questa rinascita cristiana in Europa. In ogni tempo, nella storia della Chiesa, la missionarietà è criterio infallibile per discernere se una spinta al rinnovamento ecclesiale viene dal Vangelo. In Francia nasce il movimento missionario che infiamma l’Europa cattolica: l’Opera della Propagazione della Fede”, fondata nel 1822 a Lione da Paolina Jaricot. Tre le novità rivoluzionarie della “Propagazione della Fede”:

a) In un tempo di crisi angosciosa della vita cristiana in Europa, richiama con forza la missione universale ai pagani: la fede si fortifica comunicandola agli altri.
b) In una Chiesa quanto mai “clericale” e “maschilista”, la Propagazione della Fede è fondata da una giovane donna laica e si rivolge non ai vescovi e al clero, ma a “tutti i fedeli per tutti gli infedeli”. I battezzati diventano protagonisti della missione, senza bisogno di altri mandati, oltre a quello del proprio battesimo. Era un messaggio nuovo e rivoluzionario per un concetto formalistico di vita cristiana, concepita come passiva esecuzione di ordini che vengono dall’alto.
c) Mentre il Papato e Propaganda Fide, così come i grandi ordini religiosi protagonisti della missione, erano ridotti ad una grave povertà di mezzi per le spogliazioni napoleoniche, la “Propagazione della Fede” lancia l’iniziativa che darà il sostegno necessario alla ripresa missionaria: tutti i fedeli sono invitati a versare “il soldino settimanale” per “propagare la fede fino agli ultimi confini della terra”. Così, mentre in precedenza le missioni erano sostenute dai governi e dalle case regnanti “cristianissime”, Paolina Jaricot dimostra, fra lo stupore generale, che i “soldini settimanali” versati da tanta piccola gente in tutta l’Europa possono sostenere quasi da soli l’evangelizzazione del mondo non cristiano.

La Propagazione della Fede si diffonde rapidamente in Italia, suscitando nel popolo e nel clero entusiasmo per le “missioni estere”, soprattutto in Piemonte. Alla metà del secolo scorso, la Chiesa nello stato dei Savoia poteva vantare 600 missionari sardi, liguri e piemontesi.
Però mancava ancora nel nostro paese un istituto esclusivamente missionario di clero diocesano, come in Francia già esisteva da quasi due secoli: le “Missioni Estere di Parigi”. L’opera era quanto mai urgente anche in Italia, data la diffusione dell’ideale missionario nei seminari diocesani e fra il giovane clero: chi voleva partire per le missioni doveva necessariamente entrare in un ordine religioso.

B) Come nasce a Saronno il primo Istituto missionario italiano

La necessità di un Istituto missionario italiano era stata avvertita da Papa Gregorio XVI (1831-1846), ma senza alcun risultato pratico. Mons. Ludovico de’Conti Besi (che fu poi missionario in Cina) ed era contemporaneo di Papa Gregorio, dopo la nascita del “Seminario per le missioni estere” di Milano testimoniò che “questo era il continuo voto di Papa Gregorio, il quale a me giovanetto spesso soleva dire molto meravigliarsi come all’Italia mancasse tale seminario”.
L’idea però era matura e si realizza, dopo vari tentativi in Piemonte, a Milano nel 1850 non per il carisma di un solo fondatore (come avviene in genere per le congregazioni religiose), ma come frutto di un cammino di Chiesa, per il convergere di varie espressioni ecclesiali che alla metà del secolo scorso erano espressioni di una rinnovata coscienza missionaria soprattutto nel giovane clero.
Oggi riconosciamo come “fondatore” del Pime il p. Angelo Ramazzotti, oblato di Rho, vescovo di Pavia e poi Patriarca di Venezia, che realizzò un progetto non esclusivamente suo, ma maturato contemporaneamente in tanti altri.

Lo stimolo concreto per la fondazione viene dal grande cuore di Pio IX, che nonostante le molte difficoltà del suo lungo pontificato (1846-1878) dà una vigorosa spinta alle missioni estere ed è all’origine dei due seminari missionari di clero secolare nell’Italia del secolo scorso, di Milano (1850) e di Roma (1874), che nel 1926 Pio XI unirà dando vita al “Pontificio istituto missioni estere”.
Il Pime quindi venera come Fondatore mons. Angelo Ramazzotti, ma ricorda di aver avuto due Papi alla sua origine. E, se vogliamo un terzo Papa, Giovanni XXIII, quando benedisse nel marzo 1963 la prima pietra del seminario di Sotto il Monte accanto alla sua casa natale donata al Pime, disse in confidenza ai superiori dell’Istituto: “Anch’io volevo venire nel Pime”.

Nel 1847 Pio IX manda a Milano mons. Giovanni Luquet, già missionario in India, con l’incarico di comunicare all’arcivescovo di Milano, mons. Carlo Bartolomeo Romilli, il “desiderio del S. Padre di aprire un Seminario di Missioni Straniere, fiducioso nel concorso dei Vescovi”. Il superiore degli Oblati, p. Angelo Ramazzotti, che già da tempo coltivava per conto suo l’idea di fondare un istituto missionario, in accordo con alcuni giovani sacerdoti milanesi, si offre all’arcivescovo per realizzare il desiderio del Papa.
La pratica realizzazione del progetto viene poi rimandata di tre anni, a causa dei torbidi politici e della prima guerra di liberazione da cui nasce l’Italia, ma all’inizio del 1850 p. Ramazzotti manda a Pio IX un progetto particolareggiato dell’istituto offrendo anche la sua casa di Saronno per la prima sede. Giunta nei mesi seguenti l’approvazione da Roma, dall’arcivescovo di Milano e dai vescovi della Lombardia, l’istituto si apre a Saronno il 31 luglio 1850 con i primi cinque sacerdoti milanesi e due “catechisti” (laici consacrati a vita alla missione).

Intanto essendo stato il fondatore p. Ramazzotti consacrato vescovo di Pavia (morirà Patriarca di Venezia nel 1861), l’arcivescovo di Milano, d’accordo con Propaganda Fide, aveva nominato il primo direttore, mons. Giuseppe Marinoni, sacerdote milanese che rimane a capo del nascente istituto fino alla morte nel 1891.

Nasce così la prima istituzione esclusivamente missionaria in Italia: il “Seminario Lombardo per le Missioni Estere”, come organismo dipendente dai vescovi della Lombardia e da Propaganda Fide. L’atto di fondazione è firmato il 1° dicembre 1850 dai vescovi lombardi riuniti a Milano in consiglio provinciale, che si impegnavano a “sostenere il Seminario missionario con la loro autorità, a fornirlo di vocazioni e di mezzi ed a considerare i loro sacerdoti che vi sarebbero entrati come sempre incardinati nelle rispettive diocesi d’origine”; affermavano anche di “voler calcolare gli anni passati in missione – quando per giusti motivi fossero tornati in diocesi – come anni passati al servizio della propria diocesi”. Idea magnifica, approvata dai vescovi all’unanimità, che venne però cancellata dal Codice di Diritto Canonico nel 1917 e riscoperta da Pio XII con la “Fidei Donum” (1957) e dal Concilio Vaticano II.

Il testo fondamentale del “Seminario lombardo per le missioni estere”, “Proposta di alcune massime e norme per l’Istituto delle Missioni Estere”.

Il valore profetico del documento di fondazione del PIME è indicato fra l’altro da questo fatto: ancor oggi la S.Sede pubblica documenti, come la “Postquam Apostoli” (1980, della Congregazione del Clero: “Norme direttive per la collaborazione delle Chiese particolari fra di loro e specialmente per una migliore distribuzione del clero nel mondo”), che sembrano parafrasare le espressioni usate dai vescovi lombardi nel 1850. Questa ad esempio:
“La Chiesa particolare non può chiudersi in se stessa, ma, come parte viva della Chiesa universale – deve aprirsi alle necessità delle altre Chiese. Pertanto la sua partecipazione alla missione evangelizzatrice universale non è lasciata al suo arbitrio, anche se generoso, ma deve considerarsi come una fondamentale legge di vita. Diminuirebbe infatti il suo slancio vitale se essa, concentrandosi unicamente sui suoi problemi, si chiudesse alle necessità delle altre Chiese. Riprende invece nuovo vigore tutte le volte che si allargano i suoi orizzonti verso gli altri” (n. 14).

C) Le caratteristiche del “Seminario lombardo per le missioni”

Quattro le caratteristiche profetiche, ancor oggi pienamente valide e rimaste nella nostra tradizione più autentica e profonda, anche se l’evoluzione del Seminario lombardo ha percorso poi altre strade, come vedremo:

1) Inviare preti diocesani e laici in missione, senza voti religiosi, per coinvolgere le diocesi italiane, il clero e il popolo alla missione ad gentes. Per 61 anni dopo la fondazione, il Seminario lombardo ha avuto in Italia una sola casa e per 80 anni nessuna casa o proprietà nelle missioni: non ha mai pensato di fondare se stesso, ma voleva essere espressione piena delle diocesi che l’avevano fondato e inserirsi totalmente nelle Chiese locali che fondava. “Il pensiero delle missioni, nel senso strettissimo della parola, dominava tutto”, scrive padre Tragella riferendosi al periodo di Marinoni (1850-1891).

2) Lo scopo esclusivo del Seminario lombardo era il primo annunzio di Cristo ai non cristiani e fondazione della Chiesa dove ancora non esisteva. Quindi fondare la Chiesa locale formando clero e cristiani e quando la Chiesa era fondata con proprio vescovo e clero, abbandonare tutto e ricominciare da capo in altra missione vergine assegnata da Propaganda.

3) Nella scelta della missione, lo spirito della fondazione era di andare ai “popoli più lontani e più abbandonati”, in dipendenza assoluta da Propaganda Fide: caratteristica che si manifesta nella prima missione in Oceania e poi più volte nella nostra storia, accettando da Propaganda missioni abbandonate o rifiutate da altri, come il Bengala, la Birmania orientale, la Guinea-Bissau, ma anche territori meno appetibili come Istituto: le 18 parrocchie fondate nelle “favelas” di Manaus e quelle a San Paolo, il Mato Grosso del sud, i baraccati a Manila e le zone di guerriglia a Mindanao nelle Filippine, la Cambogia, la missione fra gli indios Mixtecos in Messico, ecc.

A questa scelta dei più poveri e abbandonati, la tradizione del Pime ne aggiunge un’altra: la donazione totale al popolo, “essere disponibili 24 ore su 24”, come dice uno slogan che ho sentito fra i nostri in Brasile.
Un solo esempio: nel 1968, ai primi missionari del Pime nelle Filippine il vescovo di San Pablo affida nella città più importante della diocesi, Santa Cruz con 60.000 abitanti, di cui solo il 40% cattolici e il 60% aglipayani; e li avvisa che quella città non risponde alle cure pastorali: la gente non crede più a niente, non viene in chiesa, pur mantenendo una certa religiosità popolare tradizionale. Pochi mesi dopo padre Pietro Bonaldo scrive: “Siamo sopraffatti dalle folle”. Cos’era successo? Quando quel popolo vede che i missionari italiani si danno totalmente alla gente, rendendosi disponibili in qualunque momento e per tutte le necessità, accorre in massa.

4) Spirito comunitario nella missione alle genti: la missione era affidata dalla Santa Sede al Seminario lombardo, non ai singoli missionari; di qui la necessità di formare comunità di missionari impegnate nel compito di fondare la Chiesa: non di inviare sacerdoti isolati, ma comunità di evangelizzatori.

Notiamo una differenza con i “Fidei Donum” di un secolo dopo: i missionari di san Calocero erano inviati come comunità per annunziare Cristo ai non cristiani e fondare la Chiesa; i “Fidei Donum” sono inviati per un servizio temporaneo in Chiese già costituite (comunione fra le Chiese, non missione alle genti): quindi possono andare anche come individui o in piccolo gruppo di due-tre sacerdoti, che poi il vescovo può disperdere; mentre i missionari di san Calocero erano inviati come comunità in territori vergini, per fondarvi la Chiesa locale.

Non è quindi esatto definire i missionari del Seminario lombardo come i “Fidei Donum di un secolo fa”, perchè il “Seminario lombardo” è stato fondato già come Istituto, come comunità di missionari sia pure in dipendenza dei vescovi fondatori e i missionari partivano non per un servizio di qualche anno, ma per tutta la vita, date le difficoltà di inserirsi in ambienti umani e culturali nuovi e partire da zero fondando le prime comunità cristiane.

III) LA MORTE DI UN SANTO (24 settembre 1861)

La morte di Angelo Ramazzotti, il 24 settembre 1861, è la morte di un santo. Il primo segno è che muore, da patriarca di Venezia, in estrema povertà, dopo essersi speso tutto per il suo popolo.

Ramazzotti si sottoponeva ad un orario di 15-16 ore di lavoro al giorno: la sua mensa era frugalissima, in pochi anni si è bruciato dandosi tutto agli altri. Muore poverissimo, tre giorni prima di ricevere la berretta cardinalizia da Pio IX. Quando viene a sapere, mesi prima, che il Papa vuol farlo Cardinale, scrive al Card. Antonelli, Segretario di stato: “Dica al Santo Padre che per piacere non mi faccia Cardinale, il denaro mi serve per altro”. Gli serviva per i poveri.

Aveva una villa estiva del Patriarcato a Mirano, l’aveva data al Comune di Venezia per allestirvi un ospedale militare. Quando in quell’estate 1861 i medici gli dicono che deve prendersi un po’ di riposo fuori Venezia, va come ospite in una villa dei nobili veneziani Canal a Crespano del Grappa, in provincia di Treviso, con un viaggio in carrozza di due giorni, che fece temere per la sua vita. Soffriva di vizio alle coronarie, di asma penosissima che gli impediva di respirare e, negli ultimi giorni, aveva preso anche la erisipela, infiammazione cutanea che causava gonfiori alle gambe: non stava più in piedi…
Nel suo testamento lascia quei pochi soldi che aveva per i suoi dipendenti e le opere di carità. Il notevole patrimonio familiare ereditato l’aveva speso tutto per il suo seminario missionario e le opere di carità e di educazione fondate a Pavia ed a Venezia.

Il secondo segno di santità è che dopo la morte il popolo veneziano subito lo acclama santo. Il card. Roncalli che aveva studiato i documenti sui suoi predecessori, venuto a Milano il 3 marzo 1958 per portare la salma del suo predecessore, diceva che, subito dopo la morte di Ramazzotti, il popolo veneziano lo ha acclamato santo:
“Questa acclamazione a voce di popolo tocca il punto più luminoso di questa grande anima… Volesse il cielo che uno studio più profondo delle virtù e dei meriti di mons. Ramazzotti, e la devozione accresciuta alla sua memoria, determinassero anche per lui le circostanze più propizie per l’introduzione (della Causa di Canonizzazione), per una glorificazione corrispondente al voto dei suoi contemporanei – vox populi, vox Dei – ed a quel riconoscimento delle sue virtù che in occasione della morte il santo Pontefice Pio IX volle solennemente esprimere con pubblico documento, che confermava l’imminente creazione del Patriarca di Venezia a Cardinale della Chiesa romana (Breve di Pio IX, 7 ottobre 1861)”.

Roncalli disse che aveva studiato la vita dei suoi predecessori e parlando di Ramazzotti precisava: “si è fatta profonda e schietta in me la convinzione che davvero il titolo di Santo gli convenga e di Santo da Altare”.
Poi augurava al Pime di studiare la figura di questo “Santo da altare” e di iniziare la sua Casusa di Canonizzazione. E poco dopo, il 17 luglio 1960, ricevendo la direzione generale del Pime, richiamava l’impegno della causa di canonizzazione per Ramazzotti e aggiungeva: “E ricordatevi che egli fu un uomo di eccezione, fu un santo. Fate onore alle sue qualità e alla sua santità”.

“Uno dei più grandi Vescovi italiani del tempo pre-unitario”

A un secolo e mezzo dalla scomparsa di Ramazzotti, la sua causa di canonizzazione ha un significato ben preciso: trarre dall’anonimato “uno dei più grandi vescovi dell’Italia preunitaria” (come l’ha definito la dott.sa Francesca Consolini, autrice della Positio), che ha riaffermato nella sua vita i grandi valori della tradizione cattolica e ambrosiana, in tempi certamente più difficili di quelli in cui stiamo vivendo. Interessanti soprattutto le testimonianze dei suoi sacerdoti, sia a Pavia che a Venezia, e quelle delle autorità civili sulla carità di Ramazzotti verso i poveri e gli ultimi e per la sua saggezza nei rapporti col potere politico.

L’8 febbraio 1976 il Card. Giovanni Colombo, arcivescovo di Milano, nomina il Tribunale ecclesiastico incaricato del “Processo diocesano informativo”, che lavora due anni e si chiude il 16 febbraio 1978 dopo 22 sessioni. Quindi, un Processo molto rapido. Nel 1999 è stata consegnata alla Congregazione dei Santi la “Positio” di Ramazzotti. Siamo ancora in attesa del “Decreto sull’eroicità delle virtù”, col quale la Chiesa dichiara solennemente che Ramazzotti (a quel punto “Venerabile”) ha vissuto in modo eroico le virtù cristiane nella sua vita sacerdotale ed episcopale. Poi, se arriva il miracolo, siamo alla vigilia della Beatificazione.
Francesca Consolini, esperta collaboratrice dell’Ufficio per le Cause dei Santi della Curia di Milano, ha scritto la “Positio” di Ramazzotti stampata nel maggio 1999: un volumone di grosso formato (A4) di circa 650 pagine, che contiene la biografia del nostro Fondatore, con la documentazione relativa: un’opera imponente e veramente interessante (che può essere ottenuta al Pime da chi fosse interessato ad approfondire la conoscenza di questo saronnese che sta diventando Beato). La Consolini di santi se ne intende e ha dichiarato in una intervista:

“Secondo me, da quanto ho studiato di altri personaggi e santi, Ramazzotti è uno dei più grandi Vescovi italiani del tempo pre-unitario e mi meraviglia tanto che voi del Pime l’abbiate dimenticato. In nessuna casa del Pime c’è una sua statua o quadro e non lo trovo mai citato nei vostri documenti ufficiali. Io penso che davvero era un grande e santo Vescovo… era un uomo molto intelligente ed equilibrato, ma anche amato e venerato dal suo popolo, perchè veniva incontro alle necessità più concrete della sua gente”.

CONCLUSIONE

Per finire, penso che dobbiamo ricuperare la memoria del nostro Fondatore. Ringraziamo Dio per le nostre radici: Ramazzotti e Marinoni erano due santi, il nostro piccolo Pime in 150 anni:
– ha mandato poco meno di 2.000 missionari in missione;
– ha fondato 40 diocesi e lavorato in un’altra quarantina;
– ha dato alla Chiesa 18 martiri, un santo, tre beati e cinque servi di Dio;
– 68 vescovi o vicari e prefetti apostolici;
– ha dato origine a un Istituto missionario femminile, le Missionarie dell’Immacolata, che oggi sono più di 800.
Padre Gheddo a Saronno (2011)

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