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Santi genitori

La loro è una santità così straordinariamente ordinaria che adesso si fatica a metterne insieme i pezzi per dimostrarne l’eroicità. Anche se è inconfutabile, stando almeno alle testimonianze fino ad ora raccolte nell’inchiesta diocesana, avviata a Vercelli nel febbraio 2006 soprattutto sull’onda di grazie particolari ottenute da chi si è affidato alla loro intercessione. Parliamo di due giovani, forgiati dall’Azione Cattolica, che si sono amati, si sono sposati, sono passati attraverso il crogiolo della sofferenza e della guerra. Ed hanno lasciato un’impronta, che 70 anni dopo profuma ancora di eroismo e di donazione. Lei, Rosetta Franzi, nata a Crova nel 1902, ha il diploma di maestra, ma non può insegnare, perché il suo benestante padre dice orgogliosamente che le donne di casa sua non han bisogno di cercar lavoro, dato che lui non fatica a mantenerle. Così Rosetta collabora con le suore dell’asilo, supplisce le maestre assenti, insegna nelle scuole serali per analfabeti, naturalmente senza farsi pagare mai. Soprattutto, si impegna in parrocchia, come catechista e collaboratrice della parrocchia, accogliendo e aiutando tanti poveri. Lui, Giovanni Gheddo, nato due anni prima, si trasferisce a Tronzano e per un colpo di fortuna riesce a studiare ed a diplomarsi geometra, prima di andar soldato all’indomani della ritirata di Caporetto. Gli riesce poi di farsi conoscere, in paese e nel circondario, come progettista e segretario dei canali irrigui.  Ha un imperdonabile difetto: non riesce a farsi pagare il giusto e le sue parcelle sono sempre inferiori al dovuto, perché si lascia intenerire dalle varie situazioni di miseria che trova tra i suoi clienti. Non è certamente un caso che lo chiamino “il geometra dei poveri”, perché per loro lavora gratis; ma anche “il paciere”, perché spesso lo fanno intervenire nei casi in cui per la divisione dell’eredità ci sono famiglie che litigano tra loro. Se a questo aggiungiamo il suo desiderio di “essere sempre gradito a Dio”, di “fare del bene” e di salire “la faticosa scala della perfezione”, ecco il profilo di un laico che ha frequentato con profitto la “scuola di santità”, propria dell’Azione Cattolica. Giovanni mette gli occhi sulla maestrina e la sposa dopo dieci mesi di fidanzamento. Vanno in viaggio di nozze a Napoli, facendo prima una sosta di tre giorni al santuario di Oropa, dove dormono la prima notte in stanze separate, offrendo questo sacrificio perché il Signore benedica la loro unione con tanti figli, possibilmente dodici, e perché almeno  uno di questi diventi prete o suora. A cominciare dal 1929 i primi tre figli arrivano al ritmo di uno all’anno; poi due aborti spontanei e nel 1934 Rosetta muore per polmonite e setticemia in seguito al parto prematuro di due gemelli, che muoiono con lei. Sono appena sei gli anni di matrimonio, tutti vissuti con il Vangelo nel cuore e all’insegna della Divina Provvidenza:  “La cosa più importante è fare la volontà di Dio” diceva Rosetta, cui Giovanni faceva eco aggiungendo: “Siamo sempre nelle mani di Dio”. E mentre l’anziano e tradizionalista parroco vuole celebrare il funerale in paramenti bianchi perché considera Rosetta “un angelo”, Giovanni appare distrutto dalla vedovanza e soltanto aggrappandosi alla fede può continuare a lavorare ed a prendersi cura dei figli. Non cerca di risposarsi, perché di Rosetta continua ad essere innamorato anche al di là della morte, tanto più che ci sono la nonna e le zie a far da mamma ai tre orfanelli. Viene poi arruolato nel 1940 e spedito in Russia, in prima linea: si tratta, chiaramente, di una punizione per il suo ben noto antifascismo, dato che avrebbe diritto al congedo per l’età, per la salute e per il fatto di essere vedovo con tre figli minorenni. Le sue lettere dal fronte raccontano di come si tolga il pane di bocca per aiutare quella popolazione, stremata dalla guerra. Della sua fine, invece, hanno testimoniato due commilitoni: al momento della ritirata, sceglie di restare con i feriti intrasportabili dell’ospedale da campo, al posto di un giovane sottotenente, al qual dice espressamente: “Tu sei giovane, devi ancora fare la tua vita! Salvati, qui rimango io”.  È il 17 dicembre 1942, data “ufficiale” della sua morte nella steppa russa. A dimostrazione che, come diceva Bonhoffer, Dio non esaudisce tutti i nostri desideri ma mantiene tutte le sue promesse, solo una precisazione: i figli dei coniugi Gheddo non sono stati dodici, come avrebbero desiderato, ma il primo è diventato missionario del P.I.M.E., come i due Servi di Dio avevano chiesto la prima notte di nozze.

Autore: Gianpiero Pettiti

Rosetta Franzi e Giovanni Gheddo, servi di Dio, sposi secondo il cuore di Dio, hanno costruito, insieme, un capolavoro di santità coniugale. Questa coppia di sposi emerge ancor più in una società mediatica e culturale, editoriale, televisiva e cinematografica dell’epoca che alcuni definiscono già «postfamiliare», che propone il matrimonio come atto fragile e costantemente in bilico. Rosetta e Giovanni offrono, in quanto testimoni del Vangelo, un modello di sodalizio sponsale dove l’amore trionfante è realmente inteso per sempre. Non hanno inseguito sogni o illusioni: il loro amore si è concretizzato in una casa solida edificata sulla roccia e che ha avuto per cemento armato la fede in Cristo. Sacrifici, dolori, tragedie sono stati sublimati sull’altare del sacramento nuziale e affrontati con lo stesso spirito che anima i martiri. Forti nella fede, sono andati incontro al trapasso terreno con estremo coraggio.
Giovanni partì per il fronte russo della seconda guerra mondiale il 10 luglio 1942. Era sereno e disse alla sorella Emma: «Non piangere, stai allegra, il Signore decide per noi e ci vuole bene». Giovanni Gheddo aveva 42 anni, tre figli e la sua amatissima moglie Rosetta era scomparsa a soli 31 anni per parto gemellare e polmonite. Eppure era tranquillo: «lasciate che io vada a difendere la nostra santa religione», rispose ai figli Mario e Francesco alla stazione di Santhià alle loro tremolanti domande: «Tu ci lasci, ma quando ritornerai? E perché vai così lontano?». Una risposta “folle” la sua… folle come l’amore che aveva per Dio, come la santità che visse insieme alla moglie Rosetta.
Vedovo, con tre bambini, parte lasciando certezze: l’amore per la consorte, tale e quale il primo giorno di fidanzamento e il primo giorno di nozze; l’amore per i figli Piero, Francesco, Mario; l’amore per la madre e le sorelle, l’amore per la sua terra. Parte con la fede in Dio per la quale sa donare tutto. Una fede semplice e matura, genuina e forte quella di Rosetta e Giovanni, una fede così grande e potente, che permette di vivere quei legami che né dolore, né morte possono sciogliere.
Rosetta e Giovani erano nati fra le risaie vercellesi, fra pioppi e voli di aironi sulle distese d’acqua abitate da carpe, tinche e rane. Rosetta era di Crova ed era venuta alla luce, seconda di quattro sorelle, il 3 dicembre 1902. Dopo aver frequentato le prime quattro classi a Crova, si trasferì a Casale Monferrato, nella cascina della sorella del nonno, zia Olimpia, vedova con 11 figli, per studiare nel collegio delle Figlie di Maria Ausiliatrice. Rosetta ottenne il diploma di maestra e iniziò ad insegnare all’asilo infantile di Crova, senza alcuna retribuzione, così come fece all’asilo delle suore Salesiane, che lei stessa fece arrivare, avendole conosciute a Casale Monferrato. Lavorò, gratuitamente, anche nelle elementari per sostituire le maestre assenti. Oltre all’educazione Rosetta si dedicava al catechismo, preparando i bambini alla prima comunione e alla cresima, insegnando la dottrina cattolica agli adulti, i canti per le Messe e le processioni. Con l’arrivo delle suore Salesiane a Crova furono avviate le attività dell’oratorio femminile e quelle dell’Azione Cattolica.
Solitamente i santi nascono in famiglie dove ogni componente ha un ruolo preciso, non in famiglie “allargate”, “aperte”: Rosetta e Giovanni ebbero la fortuna di nascere e crescere in due famiglie “chiuse”, “ristrette”: tanti membri, ma un solo corpo.
Giovanni nacque il 22 aprile 1900 a Viancino da una famiglia di dieci figli. Generosissimo ed intelligente, Giovanni, terminata la prima guerra mondiale, entrò nella Regia Accademia militare di Torino per frequentare il corso allievi ufficiali, che concluse nel 1919. Venne nominato sottotenente ed inviato in «zona armistizio», perciò collocato in congedo illimitato il 31 agosto 1922. Trovò lavoro come geometra vicino ad Ivrea e in seguito venne nominato segretario del Distretto irriguo di Tronzano Vercellese. Giovanni aveva un caro amico che lavorava al Comune di Crova, perciò andava spesso a trovarlo. Passava perciò nel paese in bicicletta e gli accadeva di incrociare la maestrina Rosetta Franzi che si recava alla Santa Messa oppure all’asilo. Se ne innamorò. Si sposarono il 16 giugno 1928. Dopo il pranzo nuziale, Arturo Lancia, marito della sorella di Rosetta, Fiorenza, fece accompagnare gli sposi alla stazione ferroviaria di Santhià, dove presero il treno per Oropa. I due giovani di Azione Cattolica, lassù, dove il Santuario più alto d’Europa (1200 metri), donarono la prima notte di nozze al Signore, dormendo separati e pregando: una prova ed un voto che dimostrano di quale tempra fosse fatta la loro spiritualità. I due sposi di fronte alla Madonna Nera e al Signore domandarono due grazie: dare alla luce molti figli (si proposero di averne dodici) e che almeno uno di loro scegliesse la consacrazione religiosa. Il primogenito, Piero, che diventerà un grande missionario, giornalista e scrittore, entrerà nel Pime nel 1945 e sarà ordinato sacerdote nel 1953.
Rosetta Franzi Gheddo morì il 26 ottobre 1934, dopo due aborti spontanei, rimase infatti nuovamente incinta di due gemelli; ma al quinto mese di gravidanza si spense insieme a loro di polmonite.
Il 14 dicembre 1942, quando Giovanni Gheddo venne chiamato alle armi con il ruolo di capitano della Divisione Cosseria, iniziò l’offensiva russa fra il gelo e la neve del territorio sovietico, furono accerchiate le divisioni italiane.
Le sue lettere, sempre toccanti e colme di sentimento e di fede cristiana, non giunsero più ai familiari, ai quali verrà comunicato: disperso in Russia. Senza giorno, senza motivazione. Poteva essere perito anche in combattimento, oppure durante la marcia di trasferimento dei prigionieri o ancora in un campo di prigionia sovietico, dove si moriva di sfinimento, di fame, di dissenteria, di tifo petecchiale…
Mino Pretti, giovane avvocato, tornò dalla campagna russa vivo e fra le prime cose che fece in patria fu quella di andare a Tronzano, dai parenti di Giovanni Gheddo, il suo capitano. Ai familiari raccontò, come testimonia ancora oggi il figlio, Mario Gheddo, che il 17 dicembre 1942 il capitano aveva deciso di restare con i cannoni e i feriti intrasportabili, mandando via i militari sani, fra i quali c’era anche lui. Pretti, che aveva poco più di vent’anni, insistette per rimanere, ma Giovanni gli disse: «Tu sei giovane, devi ancora fare la tua vita. Io la mia l’ho già fatta e i miei bambini sono in buone mani [sua mamma e sua sorella]. Va’, salvati, con i feriti rimango io». Rimase fermo lì, sul posto, proprio come i suoi antenati dell’esercito sabaudo quando obbedivano al comando «bogia nen» . Ancora una volta aveva scelto il dovere, prima di tutto, perché, come diceva, convinto come l’amore che portava per il Signore e la sua famiglia: «Pazienza! Quando non c’è rimedio bisogna rassegnarsi. Siamo sempre nelle mani di Dio!».
Rosetta e Giovanni vissero in perfetta comunione di intenti, conducendo una vita di preghiera e di lavoro, dove la Messa ed il santo Rosario erano i due perni della loro quotidianità. Riconobbero il Cristo, ne parlarono alla luce, lo annunciarono sui tetti e persero la vita per Lui. Questi santi genitori hanno affidato in maniera univoca la propria esistenza al Signore, lasciando che Lui solo agisse, senza lasciarsi distrarre dalle cose del mondo. Hanno creduto senza aver visto e hanno donato se stessi per ritrovarsi nella gloria di Dio. In vita hanno arricchito la vita della propria famiglia e della popolazione di Tronzano Vercellese. Post mortem arricchiscono tutte le persone e le famiglie che vengono a conoscenza della loro unione straordinaria, del loro esempio di virtù. Vigilanti come sentinelle, Rosetta e Giovanni hanno seguito nel cuore, nella mente e nelle azioni ciò che insegna san Paolo: «State dunque ben fermi , cinti i fianchi con la verità, rivestiti con la corazza della giustizia, e avendo come calzatura ai piedi lo zelo per propagare il vangelo della pace. Tenete sempre in mano lo scudo della fede, con il quale potrete spegnere tutti i dardi infuocati del maligno; prendete anche l’elmo della salvezza e la spada dello Sprito, cioè la parola di Dio» (Ef 6,15-17).

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Per approfondire:
Cristina Siccardi
Sposi per davvero. La vita di Rosetta Franzi e Giovanni Gheddo
Ed. San Paolo
PREGHIERA
per chiedere grazie e per la glorificazione di Rosetta Franzi e Giovanni Gheddo

Signore Gesù, che hai chiamato Rosetta Franzi e Giovanni Gheddo, sposi secondo il Tuo cuore, a vivere il Vangelo nelle gioie e nelle sofferenze di una normale famiglia, scalando insieme la vetta della santità nella carità, concedi che i loro esempi siano conosciuti e possano illuminare e confortare i coniugi e le famiglie del nostro tempo. Guarda, Signore, con misericordia alla decadenza della nostra società che si esprime nella crisi della famiglia e concedi che i giovani sposi, seguendo l’esempio di Rosetta e Giovanni, possano dare alla Tua Chiesa famiglie autenticamente cristiane. Per la loro intercessione ti chiediamo la grazia di…
(tre Gloria al Padre).

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