Giovanni Paolo II papa missionario – Padre Gheddo su Radio Maria

Wojtyla in Africa nel 1992, una delle immagini della mostra fotografica “L’uomo che amava gli uomini” dedicata a papa Wojtyla in vista della sua beatificazione il Primo maggio 2011. I celebri scatti, presentati oggi 31 marzo 2011, sono esposti presso il Terminal del Gianicolo, a Roma. ANSA / UFFICIO STAMPA GAS COMMUNICATION SRL

La beatificazione di Giovanni Paolo II il 1° maggio 2011 passerà alla storia come uno degli eventi mediatici della Chiesa cattolica più seguiti in tutto il mondo. Secondo la Questura di Roma, circa un milione e mezzo di fedeli erano in Piazza San Pietro, Via della Conciliazione e vie adiacenti; nel Circo Massimo altre decine di migliaia avevano dormito in sacchi e pelo, dopo la veglia di preghiera della notte. I canali televisivi che hanno trasmesso la cerimonia erano 1.300 da ogni parte del mondo, i giornalisti accreditati in Vaticano per la cerimonia 2.300.

Tutto questo dimostra come la santità di un cristiano – cioè la sua somiglianza a Cristo – tocca il cuore di tutti gli uomini che lo incontrano, commuove, indica la via che porta a Dio. Karol Wojtyla era il rappresentante di Cristo in terra, l’autorità massima della Chiesa cattolica, ma quel che ha portato le folle a Roma e davanti alle televisioni è stato il suo profumo di santità. In lui tutti abbiamo visto Cristo.

Non è facile parlare ancora di Giovanni Paolo II, dopo tutto quello che si è detto e scritto negli ultimi tempi, ma in questa mia catechesi, come missionario e membro di un Istituto missionario, voglio delineare l’aspetto forse più importante di questo grande Papa. E’ l’uomo che ha introdotto la Chiesa nel terzo millennio e ha indicato con la sua stessa vita la meta da perseguire e realizzare: la missione alle genti, cioè annunziare e testimoniare Cristo a tutti i popoli e le culture dell’umanità. In altre parole, è stato un Papa missionario e tutti noi che crediamo in Cristo dobbiamo nutrire l’apertura missionaria della mente e del cuore e realizzare nella nostra piccola vita la missione universale a tutte le genti, ciascuno secondo i suoi carismi e le sue possibilità.

Tre parti della mia catechesi:

  1. Giovanni Paolo II il Papa missionario.
  2. Perché viaggiava così tanto?
  3. Cosa dice la sua enciclica missionaria “Redemptoris Missio”.

I) – Il Papa Missionario: aprite le porte a Cristo!

Papa Giovanni Paolo II è stato beatificato sei anni dopo la sua morte (2005-2011) così come Madre Teresa (1997-2003). Beatificazioni rapidissime considerata la severa lentezza dei processi romani per diventare Beati. Ma non senza significato. Credo infatti che proprio il Papa polacco e l’albanese Madre Teresa, al termine del secondo millennio e all’inizio del terzo, rappresentino al meglio la fede in Cristo al mondo, a tutti gli uomini e i popoli: da un lato l’autorità suprema nella Chiesa che assicura la fedeltà a Cristo e alla Tradizione bimillenaria dei suoi fedeli, dall’altro l’umile suora che vivendo eroicamente e integralmente la vita cristiana è diventata l’icona più convincente del cristianesimo anche nella grande India e nell’Asia, dove i cristiani, tutti assieme, sono solo il 3% dei circa quattro miliardi di asiatici (a loro volta, il 62% dell’umanità); Madre Teresa è la carità di Cristo che ha dato la sua vita per gli uomini, Giovanni Paolo II il volto paterno e misericordioso di Dio che chiama tutti alla sequela di Cristo.

Giovanni Paolo II ha vissuto il pontificato più lungo della storia (27 anni), superato solo da Pio IX che governò la Chiesa per 32 anni (1846-1878). Ha realizzato una molteplicità tale di interventi e di caratteristiche che non è facile descrivere in modo sintetico il nuovo Beato.

Per dare una definizione sintetica del suo pontificato, direi che è stato un Papa missionario. In realtà tutti i Papi del Novecento lo sono stati a partire da Benedetto XV con la sua “Maximum Illud”, la prima enciclica missionaria che nel 1919, subito dopo la fine della prima guerra mondiale, spalancava all’Occidente cristiano la visione e la meta del mondo non cristiano a cui annunziare e testimoniare Cristo. Ma Giovanni Paolo II lo è stato, come dire, in modo più globale e personale, soprattutto con i suoi viaggi missionari fino agli estremi confini della terra, di cui diremo nella seconda parte di questa catechesi e la sua enciclica sulle missioni.

In un mondo sempre più globalizzato, con una umanità sempre più in crisi per le sue stesse contraddizioni, le sue paure e i suoi problemi, il Papa polacco ha capito che doveva indicare una soluzione globale, una meta molto chiara. Così fin dall’inizio dl suo pontificato nell’ottobre 1978 il nuovo Beato si è presentato al mondo come un Apostolo che veniva dalla Galilea. Quei due suoi imperativi impetuosi e tonanti: “Non abbiate paura! Aprite le porte a Cristo!”, detti anzi gridati all’inizio del suo pontificato, erano rivolto al mondo dove l’uomo ha paura dell’uomo, ha paura della vita e della morte, paura delle sue stesse invenzioni che possono anche distruggerlo. La crisi si supera solo tornando a Cristo, amando e pregando il Salvatore detl’uomo.

Ecco cosa diceva il Papa nell’omelia del 22 ottobre 1978, giorno iniziale del suo pontificato nel quale si celebrava la Giornata missionaria mondiale:

“ Fratelli e Sorelle! Non abbiate paura di accogliere Cristo. Non abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo! Aprite i confini degli Stati, i sistemi economici come quelli politici, i vasti campi della cultura, della civiltà, dello sviluppo. Non abbiate paura! Cristo sa “cosa è dentro l’uomo”. Solo lui lo sa! Oggi così spesso l’uomo non sa cosa si porta dentro, nel profondo del suo animo, del suo cuore. E’ incerto del senso della sua vita su questa terra. È invaso dal dubbio che diventa a volte disperazione. Permettete, quindi – vi prego, vi imploro con umiltà e con fiducia – permettete a Cristo di parlare all’uomo. Solo lui ha parole di vita, sì! di vita eterna. Proprio oggi la Chiesa intera celebra la sua “Giornata Missionaria Mondiale”, prega, cioè, medita, agisce perché le parole di vita del Cristo giungano a tutti gli uomini e siano da essi accolte come messaggio di speranza, di salvezza, di liberazione totale”. 

Nell’insegnamento di Giovanni Paolo II il punto centrale è Cristo, il Dio fatto uomo per salvare tutti gli uomini. Il documento più organico in questa linea è la sua prima enciclica “Salvator Hominis”, che presenta Cristo come “il centro del cosmo della storia”, come fondamento di ogni riflessione sulla Chiesa e sull’uomo. Nell’enciclica si legge (n. 10): “L’uomo che vuol comprendere se stesso fino in fondo, con la sua inquietudine e incertezza e anche con la sua debolezza e peccaminosità, con la sua vita e morte, deve avvicinarsi a Cristo…. Cristo Redentore rivela pienamente l’uomo all’uomo stesso”.

Ha rivoluzionato la Chiesa latino-americana

Sono stato con Giovanni Paolo II a Santo Domingo nel 1992 per la IV Assemblea del Celam (le Conferenze episcopali dell’America Latina). Tempi difficili per il continente latino-americano a causa di dittature, “guerriglie di liberazione”, ingiustizie e povertà; e tempi di crisi per la Chiesa cattolica, divisa sul giudizio da dare alla “teologia della liberazione” e alle “comunità ecclesiali di base”, per le scelte da fare in campo politico-sociale a favore dei poveri.

La lunga e partecipata preparazione all’Assemblea, discussa e maturata alla base, era stata fatta partendo dallo schema: “vedere-giudicare-agire”: cioè vedere le situazioni di miseria e di ingiustizia in cui vivevano i popoli; giudicare queste situazioni e poi decidere cosa fa la Chiesa. L’Assemblea era preparata a discutere dei problemi della Chiesa partendo da questo schema e dai vari problemi che suscitava. Lo schema non è piaciuto a Giovanni Paolo II, che nel suo primo discorso ha detto in sintesi questo:

  1. Ha ricordato ai vescovi il Concilio e Medellìn che hanno dato un impulso al rinnovamento pastorale per l’evangelizzazione dell’America Latina e la promozione dell’uomo latino-americano nella sua integrità; specialmente Medellìn (II Assemblea del Celam 1968) fu un appello “di speranza verso mete più umane e più cristiane”.
  2. Poi ha richiamato all’autenticità della missione: “Vi riunite qui non come un Parlamento di politici, non come un congresso di scienziati o di tecnici. Ma come pastori della Chiesa e come tali “il vostro principale dovere è di essere Maestri della verità”. E ai sacerdoti diceva: “Non potete prestare un vero servizio all’uomo, senza radicate convinzioni sulla vostra identità come sacerdoti di Cristo… Siete sacerdoti e religiosi, non siete dei leaders politici e nemmeno funzionari di un potere temporale”. E richiamava il dovere dell’unità e della fedeltà a Cristo e alla Chiesa, che sono la condizione essenziale per poter fare il bene del popolo latino-americano.
  3. Infine il Papa ha ribaltato lo schema di discussione dell’Assemblea: non “vedere-giudicare-agire” che porta subito ai problemi di natura politico-sociale-economica, ma “Ripartiamo da Cristo!” La situazione dell’America Latina va studiata in rapporto al Vangelo e al modello di Cristo e la Chiesa aiuta il popolo anche con le opere educative e sociali, ma soprattutto portandolo all’imitazione di Cristo, a famiglie cristiane autentiche, ad una società più vivibile per tutti.

Nel suo primo discorso a Santo Domingo, il Papa condannava la “visione orizzontalista” dello schema precedente, che portava a vedere l’azione della Chiesa ristretta al campo politico-economico-sociale. Il Papa diceva: “Per voi la vera novità di vita sta nel ritornare a Cristo e al Vangelo, l’unica speranza per l’America Latina. La vera profezia è Gesù Cristo, è lui la vera salvezza”.

Ricordo che fra i partecipanti all’Assemblea erano ore di tensione e di preoccupazione: come fare a inventare in pochi giorni una nuova impostazione dell’Assemblea? Fu merito soprattutto del vescovo brasiliano Luciano Mendes de Almeida, capo della Commissione per la redazione dei testi, se tutto giunse a buon fine. I risultati dell’Assemblea, con l’aiuto di Dio, furono ottimi. Ne ricordo tre:

1) Senza abbandonare o appannare l’impegno per i poveri, le Chiese latino-americane hanno dato una nuova impostazione al lavoro ecclesiale per i poveri, secondo la “Dottrina sociale della Chiesa”, espressione che Paolo VI non usava più perchè contestata da molti che dicevano: il campo politico-sociale non è quello della Chiesa, dobbiamo ricevere lumi dalle teorie scientifiche sulla società, che erano quelle derivate dal marxismo. Partendo da Cristo, l’Assemblea giunge a una “Teologia alternativa della liberazione” ed a decisioni che comprendono tutti i valori positivi della “Teologia della liberazione”, mentre questa corrente teologica (inquinata ideologicamente in diverse sue espressioni) viene praticamente superata.

2) I vescovi latino-americani si sono resi conto che un accento troppo marcato sulla “opzione preferenziale per i poveri” e la “ Chiesa dei poveri” rischiava di dare della Chiesa stessa un’immagine settaria , che chiudeva la porta alle classi medio-alte della società: non più la “casa comune” per tutti i fedeli, ma una sorta di partito ideologico-politico. Mentre la Chiesa vuole annunziare Cristo a tutte le classi sociali, vuole rievangelizzare tutta la società, anche i ricchi.

3) L’Assemblea di Santo Domingo ha riportato alla ribalta la cosiddetta “religiosità popolare” e il valore del sacro, della preghiera, dei pellegrinaggi, della devozione a Maria e del Rosario. Si era affermato in America Latina una visione della vita cristiana troppo limitata all’urgenza dei problemi sociali e troppo dipendente dall’ideologia marxista, che definiva la religione “oppio dei popoli”. Per cui si dovevano limitare e quasi abolire le varie devozioni alla Madonna e al Rosario, ai santi, ai santuari, alle novene e alle reliquie, i pellegrinaggi, ecc. L’Assemblea di Santo Domingo afferma invece il valore della religiosità popolare per orientare le menti e i cori degli uomini a Cristo e a Dio. E valorizza la partecipazione attiva dei laici alla Chiesa e l’apostolato dei laici, tema che verrà ampiamente trattato alla V Assemblea del Celam ad Aparecida (Brasile) nel maggio 2007.

Giovanni Paolo II e le giovani Chiese

L’esempio di come Giovanni Paolo II è stato profetico e innovativo per l’America Latina con l’Assemblea di Santo Domingo, vale per molti altri casi di rilancio e rinnovamento della missione alle genti, che non abbiamo il tempo e lo spazio per esporre. Alcuni esempi,

  • Non aver paura di dichiararsi cristiani, di promuovere le conversioni a Cristo, di chiedere ai governi il rispetto della libertà religiosa e dei diritti dell’uomo.
  • il dialogo con le religioni non cristiane (ricordiamo Assisi nel 1986).
  • I valori delle culture non cristiane nelle quali la Chiesa deve incarnarsi.
  • la promozione delle Chiese locali con l’aumento dei vescovi indigeni e la moltiplicazione delle diocesi.
  • L’accento sul compito delle Chiese locali di promuovere i diritti dell’uomo e la giustizia sociale. Quante volte ha protestato per l’oppressione dei più poveri!
  • L’approvazione dei cosiddetti “movimenti laicali”, che hanno contribuito a declericalizzare la Chiesa e a dare la giusta importanza al compito missionario del laici, fondamentali nelle giovani Chiese per l’annunzio di Cristo.

La visione missionaria che il Papa aveva della Chiesa è chiaramente espressa nella Redemptoris Missio, dove scrive. “L’attività missionaria è solo agli inizi” (n. 30) e al n. 37 afferma che ci sono vasti territori, “interi popoli e aree culturali di grande importanza non ancora evangelizzati… specie in Asia, ma anche in Africa, in America Latina e in Oceania”. E poi aggiunge (n. 40): “L’attività missionaria rappresenta ancor oggi la massima sfida per la Chiesa”.

La Chiesa non può non essere missionaria. Ma come? Parlando ai giovani a Manila nel gennaio 1995 il Papa ha detto che la missionarietà va intesa in due modi:

1) Anzitutto verso i non cristiani, le masse umane dell’Asia soprattutto, che ancora attendono di conoscere il Salvatore. Il Papa si è rivolto ai giovani filippini e a tutti i giovani cattolici del mondo, indicando la missione in Asia come la sfida prioritaria per la Chiesa oggi. La missione verso i non cristiani è la giovinezza della Chiesa. La famiglia e la parrocchia in cui nasce una vocazione missionaria hanno dato il massimo contributo alla salvezza dell’uomo e dei popoli.

2) C’è un secondo modo di realizzare la missione: “Essere missionari nella nostra società”. Giovanni Paolo II ha detto ai giovani: c’è una “missione nel quotidiano” a cui dobbiamo educarci e lasciarci educare: testimoniare e annunziare Cristo con la nostra vita nella famiglia, nella società, nella scuola, sul lavoro, in politica. Ma per questo occorre andare contro-corrente rispetto allo spirito e alle mode del mondo. Poi ha ammonito i giovani con forza: “Attenti ai falsi maestri! Appartengono alle élites intellettuali della scienza, della cultura e dei mass media. Presentano un anti-Vangelo che dichiara morto ogni ideale. E così contribuiscono alla profonda crisi morale che colpisce la società, che ha portato all’esaltazione di forme di comportamento che la coscienza morale e il senso comune una volta aborrivano. Vogliono che voi siate come loro: dubbiosi e cinici”.

II) I viaggi del Papa annunzio di Cristo ai popoli

Giovanni Paolo II ha vissuto il pontificato più lungo della storia (27 anni), superato solo da Pio IX che governò la Chiesa per 32 anni (1846-1878). Ha realizzato una molteplicità tale di interventi che non è facile descrivere in modo sintetico il nuovo Beato. Era un Papa missionario, proiettato verso gli estremi confini della terra. Nei suoi 27 anni di pontificato, ha fatto più di 200 viaggi a Roma e in Italia e 105 viaggi internazionali, visitando 136 paesi, in molti dei quali è tornato più volte: 9 volte in Polonia, 8 in Francia, 7 negli Stati Uniti, 5 in Spagna e Messico, 4 in Portogallo, Brasile e Svizzera. In media,più di tre viaggi internazionali l’anno, in tutti i paesi che poteva visitare. Gli è stato impossibile andare in Cina, in Russia, in Vietnam e in altri paesi comunisti; in Arabia, in Afghanistan, in Iran e altri islamici.

I miei viaggi hanno una finalità missionaria”

Perchè viaggiava tanto? Se lo chiedevano in molti. Ecco la sua risposta nella “Redemptoris Missio” (n. 1): “Già dall’inizio del mio pontificato ho scelto di viaggiare fino agli estremi confini della terra per manifestare la sollecitudine missionaria, e proprio il contatto diretto con i popoli che ignorano Cristo mi ha ancor più convinto dell’urgenza di tale attività”. Quando andò in Pakistan (16 febbraio 1981), il vescovo di Rawalpindi mi diceva: “In tutta la nostra storia cristiana, lunga ormai diversi secoli, non c’è nessun altro avvenimento missionario paragonabile a queste sei ore che il Papa ha trascorso con noi. Siamo una piccola minoranza in un mare islamico. Giovanni Paolo II è riuscito a coinvolgere le folle musulmane ed i capi dell’islam, rompendo il muro d’indifferenza ed anche di ostilità che ci circonda”.

Giovanni Paolo II ha fatto una precisa scelta pastorale. “I miei viaggi in America Latina, in Asia ed in Africa – ha scritto nel messaggio per la giornata missionaria del 1981 – hanno una finalità eminentemente missionaria. Ho voluto annunziare io

stesso il Vangelo, facendomi in qualche modo catechista itinerante e incoraggiare tutti coloro che sono al suo servizio”.

Merita davvero la qualifica di “Papa missionario”. Nessun altro personaggio al mondo ha avuto un richiamo così forte sulle folle di qualsiasi credenza religiosa. Ha usato il suo carisma per annunziare Cristo e i valori del Vangelo: amore a Dio e all’uomo, pace, fraternità e solidarietà fra i popoli, aiuto ai più piccoli e poveri, dare la vita per gli altri come ha fatto Gesù. L’arcivescovo anglicano di Harare in Zimbabwe (Burroughs) mi diceva: “Quando Giovanni Paolo II viene in Africa rappresenta tutti noi cristiani. Sono così contento che annunzi il Vangelo ai nostri popoli a nome di tutte le Chiese!”.

In Messico la forza del cattolicesimo popolare

Si è calcolato che Giovanni Paolo II ha trascorso nei viaggi circa due anni dei suoi 26 di Pontificato. Non pochi dicevano: viaggia troppo, spende troppo, fa troppi discorsi. Ma lo dice chi non ha visto da vicino cosa una visita del Papa suscita in termini di fede, di entusiasmo popolare, di speranza, di solidarietà fra gli uomini. Ho accompagnato il Papa (come giornalista) in alcuni viaggi internazionali. Ricordo che in Messico (gennaio 1979), il governo messicano aveva fatto il possibile per tenere la gente in casa: blocco dei trasporti, scuole e uffici aperti, trasmissioni televisive frequenti, raccomandazioni continue di non muoversi da casa, i giornali prevedevano disordini. Quando Giovanni Paolo II è arrivato a Città del Messico a riceverlo non c’erano né il capo dello stato né il primo ministro, solo autorità minori.

Il viaggio del Papa in auto scoperta sulla superstrada da Città del Messico a Puebla (110 km.) avviene fra una muraglia umana calcolata dai 9 ai 10 milioni di persone e nei suoi pochi giorni di permanenza nel paese un terzo dei messicani (l8-20 su 56 milioni) sono riusciti a vederlo di persona! In quei giorni si è manifestata la forza della religiosità popolare, che impressionò tutti e mandò anche in crisi l’ideologia laicista dello stato messicano. Ovunque andava c’era folla di gente che attendeva da ore per vederlo passare. Ma non era solo folclore. Ricordo che a Puebla, dove partecipavo alla riunione del Celam, un taxista mi dice con semplicità: “Anch’io sono un cristiano credente, ma troppo ignorante. Il Papa ha scosso la mia fede: ora voglio leggere il Vangelo e pregare assieme alla mia famiglia. Non avrei mai creduto di poter vivere giornate così intense di fede e di amore a Dio!”.

In Messico il Papa ha preso solennemente le difese degli indios. A Oaxaca un indio gli dice: “Santità, noi viviamo peggio delle vacche e dei porci. Abbiamo perso le nostre terre, noi che eravamo liberi, ora siamo schiavi”. Giovanni Paolo II si stringe la testa fra le mani e rispondendo dice: “Il Papa sta con queste masse di indios e di contadini, abbandonate ad un indegno livello di vita, a volte sfruttate duramente. Ancora una volta gridiamo forte: rispettate l’uomo! Egli è l’immagine di Dio! Evangelizzate perchè questo diventi realtà, affinchè il Signore trasformi i cuori ed umanizzi i sistemi politici ed economici, partendo dall’impegno responsabile dell’uomo”. Il massimo quotidiano messicano, “Excelsior”, esponente del laicismo e della massoneria messicana, che si era opposto alla visita del Papa, commentava: “Dopo cinque secoli di oppressione dei nostri indios e contadini, doveva venire il Papa da Roma a dirci queste cose. Ci ha fatto vergognare di appartenere alle classi dirigenti messicane”.

Chi vuole portare la multa al Papa?”

Quando il Papa è ripartito da Città del Messico per tornare a Roma, a ossequiarlo all’aeroporto c’erano tutte le più importanti autorità politiche e militari. Ormai era entrato nel cuore dei messicani, era impossibile non essere presenti. C’era stata una identificazione completa tra il Papa e il popolo con momento di intensità tale da commuovere. Il Messico laico, massone, socialista, radicale e anticlericale è stato spiazzato dalle ondate corali di partecipazione alle funzioni religiose, dalla marea di piccola gente venuta da ogni parte del paese nonostante il blocco (non completo) dei trasporti pubblici. Nessuno si aspettava un successo così travolgente, senza precedenti in Messico. Sono ripartito per l’Italia il giorno in cui giungeva in visita in Messico il Presidente americano Jimmy Carter: l’aeroporto era pieno a stento, all’esterno quasi nessuno. E questo nonostante gli inviti delle autorità al popolo, dei partiti, dei sindacati, della stampa e la giornata libera data agli impiegati dello stato perché andassero ad accogliere l’ospite americano!

La forza del cattolicesimo popolare è stata tale da rompere tutte le barriere e da coinvolgere le più alte autorità dello stato, e poi anche la stampa, Ma la cosa ha un seguito. Mi sono fermato in Messico ancora una ventina di giorni e i giornali per vedere come le polemiche contro la visita del Papa, sopite durante i giorni della presenza, sono tornate alla ribalta dopo la sua partenza. Perché il Presidente ha ricevuto il capo di una nazione non riconosciuta dal nostro paese?. Perché vescovi, preti e suore hanno potuto girare per le strade con i loro abiti sacri, quando la legge proibisce “gli anacronistici travestimenti”? Perché città intere sono state sconvolte da cerimonie all’aperto, proibite dalla Costituzione? E via di questo passo.

Il Presidente Lopez Portillo ha atteso un po’ prima di rispondere. Poi, in un discorso ai governatori dei 29 stati federati del Messico, ha risposto per le rime, strappando applausi alle famiglie riunite davanti ai televisori. Ho assistito a questa trasmissione in casa di suore messicane delle quali ero ospite. Applaudivano calorosamente e un’anziana suora piangendo di commozione mi dice: “Lei non sa cosa vuol dire per noi messicani sentire il nostro Presidente che dice cose del genere, mai sentite prima”.

Cosa diceva José Lopez Portillo, Presidente del Messico dal 1976 al 1982? Inizia con questa dichiarazione di laicità e di micredenza: “Dall’età di 14 anni non credo al dogma e ai riti della Chiesa”, poi ammette che sono state violate la Costituzione e le leggi messicane; ma aggiunge: “Signori, è stato tutto il popolo messicano che le ha violate! Nessuna legge e nessuna Costituzione poteva impedire al Presidente di stare dalla parte del popolo… Quanto alla legge che probisce a preti e suore di portare il loro abito in pubblico, ebbene il primo che l’ha violata è stato il Papa stesso. Propongo perciò di applicare a tutti la pena prevista, una multa di 50 pesos (2.000 lire del 1979). Chi di voi si sente di portare a Roma la contravvenzione e consegnarla al Papa?”.

Del resto, anche i maggiori quotidiani che all’inizio avevano un atteggiamento ostile o distaccato, sono stati travolti dal consenso popolare e alla fine hanno riconosciuto l’importanza della visita del Papa per il Messico. Il 30 gennaio 1979 “Excelsior” scriveva: “Indipendentemente dal significato religioso, la visita del Pontefice viene assumendo per il nostro paese un carattere di singolare rilievo Mai prima d’oggi un capo universale di qualsiasi genere, politico sociale o religioso, aveva utilizzato il Messico come scenario per proclamare le sue tesi e dettare le sue norme a più di 700 milioni di suoi seguaci… Il nostro paese ha in questi giorni un grande spazio sulla stampa mondiale. Giovanni Paolo II lo ha popolarizzato e questo si traduce nella maggior propaganda turistica che il Messico ha mai avuto in tutta la sua storia”. Ecco, a quelli che dicevano: “Il Papa viaggia troppo”, bisogna ricordare un evento come questo.

E potrei ripetere lo stesso discorso per i due viaggi del Papa negli anni ottanta in Uruguay, l’altro paese ufficialmente laicista e anticlericale dell’America Latina, dove i giornali scrivono Dio con le “d” minuscola. Nel 1992, i padri dehoniani italiani di cui ero ospite mi dicevano che dopo le visite del Papa l’atmosfera di avversione contro la Chiesa e il clero stava cambiando radicalmente e positivamente.

Il maggior successo nella bufera di neve in Giappone

Sul viaggio di soli quattro giorni in Giappone (23-26 febbraio 1981), un missionario del Pime, padre Pino Cazzaniga (sul posto dal 1959), ha scritto1: “La visita del Papa è stata un successo grandioso, che nessuno aveva previsto e che nemmeno i più ottimisti pensavano possibile. Ho toccato con mano l’intervento della Provvidenza per un viaggio che ragionevolmente avrebbe dovuto risultare negativo”. E spiega i vari motivi di questa previsione, anche perché l’annunzio dell’arrivo del Papa venne dato solo due mesi prima.

In Giappone i cattolici sono lo 0,3% dei giapponesi, ma nella città di Nagasaki sono una comunità di una certa consistenza. Quando Giovanni Paolo II doveva celebrare la Messa nello stadio di Nagasaki, da due giorni tutta la regione era travagliata da una bufera di neve, che bloccava tutti i trasporti. Il card. Satowaki e gli organizzatori pensavano di far celebrare il Papa nella cattedrale cattolica, ma al mattino presto nello stadio incominciavano ad arrivare i fedeli e la gente comune equipaggiati da alta montagna, qualcuno era arrivato alle cinque del mattino! Per la Messa lo stadio era pieno. Il Papa celebra con un freddo polare e il vento tagliente, ma aveva 61 anni e ha potuto sostenere tre ore di Messa e di cerimonie varie. Le televisioni trasmettevano in tutto il paese.

Così – scrive Cazzaniga – tutto il Giappone vede la scena della bufera, del vento gagliardo che fa mulinare il nevischio,del Papa che ogni tanto soffia sulle sue dita per riscaldarsele. Ma vede anche quelle decine di migliaia di persone, tremanti e ad occhi chiusi, stringendosi l’una all’altra per cercare calore e sostegno. Nessuno si muove fino alla fine della cerimonia. E’ una resistenza commovente, fa capire che sotto c’è molto di più che un semplice accorrere per un “Wojtyla Show“. Così quel cattivo tempo, che pareva uno scherzo della dea Amaterasu, risulta invece un intervento provvidenziale che mette in risalto agli occhi di tutti i giapponesi quel che conta la fede cristiana nella vita”.

Padre Cazzaniga si chiede “cosa ha significato la visita del Papa per i non cristiani? Intanto questa visita “fa epoca” nella storia stessa del Giappone. Tutti i giornali seri ne hanno parlato in questo senso. Per la Chiesa cattolica è un fatto unico. Secondo me, vedendo le reazioni di cristiani e non cristiani, è il più grande dono che il Signore ha fatto alla Chiesa giapponese, almeno in questo secolo”.

E poi cita letteralmente un brano dell’editoriale del maggior quotidiano giapponese “Asahi Shimbun” (otto milioni di copie!) intitolato “Il pensiero del Papa e la sua visita in Giappone”, col sottotitolo: “Si attende: la conversione del cuore, unica via per superare la crisi attuale”. E afferma che il Papa viene in Giappone per invitarci a veder chiaro in noi stessi… Da questa visita viene in modo chiaro ed esigente un invito a riflettere in che cosa consista la vera conversione del cuore, della volontà e del sentimento… L’incontro del intenso desiderio di pace che è nato nel cuore dei giapponesi… con il Papa la cui forza non sta nella potenza delle armi, ma nella saggezza umana e nella coscienza morale, non può che portare abbondanti frutti per la pace nel mondo”.

“Superfluo far notare – continua padre Cazzaniga – l’importanza di testi come questo (e di tanti altri simili) letti da milioni di giapponesi, in una società in cui l’uomo è preso nel vortice di un attivismo frenetico che spesso gli toglie il tempo e la volontà di meditare gli aspetti più profondi della vita”.

Giovanni Paolo II era un uomo di fede, profondamente innamorato di Gesù Cristo, di cui parlava non in modo distaccato, in termini teologici quasi fosse una dottrina da trasmettere, ma come una persona viva che egli aveva incontrato e di cui si è innamorato. Egli esprimeva spesso con forza questa convinzione (che viene dall’esperienza): tu sei veramente uomo nella misura in cui ti lasci penetrare, coinvolgere, illuminare, cambiare dall’amore di Cristo. Essere cristiani non è un formalismo esterno, una somma di cose da fare o da non fare, ma amare ed imitare Cristo: “In Lui, soltanto in Lui – ha detto ai cattolici tedeschi – noi siamo liberati da ogni alienazione e smarrimento, dalla schiavitù alle potenze del peccato e della morte”. E ai polacchi, nel suo ultimo viaggio in Polonia, ha gridato con forza, improvvisando e sventolando come una clava i fogli che aveva in mano: “Polacchi, peccatori, convertitevi!”.

Il messaggio che trasmette in ogni suo viaggio è anzitutto un messaggio di fede e un appello alla conversione: “Uomini, pentitevi dei vostri peccati e convertitevi a Gesù Cristo”, ha detto a Parigi. Un messaggio che non è puramente “spirituale”, ma che tende a trasformare dall’interno le persone, le famiglie, le società, le nazioni. Il Presidente americano Jimmy Carter, ricevendolo alla Casa Bianca nel 1979, gli diceva: “Lei ci ha costretti a riesaminare noi stessi. Ci ha ricordato il valore della vita umana e che la forza spirituale è la risorsa più vitale delle persone e delle nazioni”. E aggiungeva: “L’aver cura degli altri ci rende più forti e ci dà coraggio, mentre la cieca corsa dietro fini egoistici – avere di più anzichè essere di più – ci lascia vuoti, pessimisti, solitari, timorosi”. Il “New York Times” scriveva: “Quest’uomo ha un potere carismatico sconosciuto a tutti gli altri capi del mondo. E’ come se Cristo fosse tornato fra noi”. E’il più bell’elogio che si possa fare del successore di Pietro.

Il Papa viaggiava per dare un messaggio, oltre che di fede e di conversione a Cristo, di fraternità e di solidarietà a livello universale; viaggiava per portare alla ribalta tutti i popoli e tutte le sofferenze e le ingiustizie del mondo. Viaggiava per richiamare ai popoli del mondo ricco ad essere fratelli di quelli poveri.

III) – “La missione alle genti è solo all’inizio”

Il linea portante del pontificato di Giovanni Paolo II, l’abbiamo visto, era quella missionaria, che si manifesta soprattutto nell’enciclica “Redemptoris Missio”, pubblicata nel 1990, 25 anni dopo il decreto conciliare “Ad Gentes”.

Dei 16 documenti del Concilio Vaticano II il Papa polacco ha pubblicato una sola enciclica per confermare solennemente uno di essi: appunto l’Ad Gentes con la “Redemptoris Missio”. Molti nella Curia romana erano contrari, bastava una “lettera apostolica”. Chi l’ha voluta fortemente, d’accordo col Papa, è stato il card. Joseph Tomko, prefetto di Propaganda Fide, che ha coordinato il lavoro di preparazione.

Sono stato chiamato dal Papa a scrivere l’enciclica, secondo le sue indicazioni. Il 3 ottobre 1989 mi dice a pranzo: ”Scrivimi tu l’enciclica. Tu sei missionario e giornalista e io voglio un documento scritto in modo giornalistico, per i giovani e le giovani Chiese”. Dall’ottobre 1989 al luglio 1990 l’ho scritto e riscritto tre volte, secondo la volontà del Papa stesso e di altri consulenti da lui interrogati. Gli incontri con Giovanni Paolo II li ricordo con commozione: paterno e autorevole, mi sentivo a mio agio, faceva domande e ascoltava paziente, vedeva la storia con gli occhi di Dio.

L’unica enciclica su un documento del Vaticano II

Giovanni Paolo II spiega il perché dell’enciclica: “Proprio il contatto diretto con i popoli che ignorano Cristo mi ha convinto ancor più dell’urgenza di tale attività missionaria” (n. 1); e aggiunge: “Vogliamo nuovamente confermare che il mandato di evangelizzare tutte le genti… costituisce la missione essenziale della Chiesa” (n.14); “La missione ad gentes è un’attività primaria della Chiesa, essenziale e mai conclusa” (. 31); “L’attività missionaria rappresenta ancor oggi la massima sfida per la Chiesa… La missione alle genti è ancora agli inizi” (n. 14).

La “Redemptoris Missio” risulta il più significativo fra i molti documenti del suo pontificato, perchè rappresenta bene il Papa Giovanni Paolo II, tutto proiettato verso l’esterno della Chiesa, per testimoniare Cristo a tutti i popoli del mondo. Bisogna ricordare qual’era l’atmosfera che regnava a quel tempo fra i missionari sul campo: “Le missioni sono abbandonate, dimenticate, noi missionari siamo sempre più irrilevanti e nel nostro paese non capiscono più perché siamo venuti qui”. Il tempo del Concilio è stato quello dell’entusiasmo per la missione universale, il post-Concilio ha diffuso dubbi e incertezze, smorzando gli appelli conciliari alla mobilitazione dei credenti in Cristo per portare il Vangelo ai popoli.

Il card. Joseph Tomko, nella prolusione al congresso internazionale su “La salvezza oggi”, tenuto agli inizi del 1988 all’Università Urbaniana di Roma, aveva esposto i dubbi e le obiezioni che i missionari avvertivano come una ferita alla loro vocazione e impegno di tutta la vita: che senso ha annunziare Cristo, se gli uomini si salvano anche senza di lui? Se la Rivelazione cristiana è una delle tante espressioni della volontà di Dio? Se le altre religioni possono egualmente portare a Dio e il dialogo può sostituire l’annunzio? Se l’evangelizzazione consiste principalmente nella promozione della giustizia sociale? Se i missionari non sono più accettati o graditi? Tomko poi confidava che il Papa, leggendo quel testo, gli dice: “E’ giunto il momento che io dica qualcosa su tutto ciò”.

Così è nata la Redemptoris Missio: per chiarire la confusione teologica sorta intorno alla missione alle genti, al dialogo con le religioni non cristiane e al rapporto fra l’annunzio di Cristo e lo sviluppo dell’uomo e dei popoli. Cosa dice la Redemptoris Missio? Impossibile sintetizzare un’enciclica in poche battute. Mi limito ad enucleare i punti più attuali e decisivi del testo papale, per rilanciare nella Chiesa la missione alle genti e per rispondere alle obiezioni più comuni che hanno bloccato lo slancio missionario, come scrive lo stesso Giovanni Paolo II: “In questa nuova primavera del cristianesimo non si può nascondere una tendenza negativa che questo documento vuol contribuire a superare: la missione specifica ad gentes sembra in fase di rallentamento, non certo in linea con le indicazioni del Concilio e del magistero successivo. Difficoltà interne ed esterne hanno indebolito lo slancio missionario della Chiesa verso i non cristiani ed è un fatto questo che deve preoccupare tutti i credenti in Cristo” (n. 2). Ecco alcuni punti da rilevare:

La Chiesa è missionaria per natura sua, poichè il mandato di Cristo non è qualcosa di contingente ed esteriore, ma raggiunge il cuore stesso della Chiesa. Ne deriva che tutta la Chiesa e ciascuna Chiesa (particolare) è inviata alle genti” (n. 62). La missione viene dalle due dottrine che caratterizzano il cristianesimo: la Trinità e l’Incarnazione di Gesù Cristo. Dio dona se stesso a tutti gli uomini, attraverso Cristo e la Chiesa da lui fondata. La lettura dei primi tre capitoli della Redemptoris Missio serve anche al semplice fedele per tornare alle fonti della fede e capire a fondo perché la Chiesa è missionaria. Ecco in estrema sintesi:

I punti fondamentali della Redemptoris Missio

1) Gesù Cristo unico Salvatore. Risponde a quei teologi che in vari modi esprimono l’idea che Gesù è una delle vie che conduce a Dio. La missione comunica alle genti la salvezza in Cristo, la fede e l’amore a Cristo, unico Salvatore dell’uomo, perché “Cristo è l’unico mediatore tra Dio e gli uomini… Gli uomini quindi non possono entrare in comunione con Dio se non per mezzo di Cristo, sotto l’azione dello Spirito” (R.M. 5). L’enciclica riafferma la centralità di Cristo nella missione alle genti, per condannare chi sostiene che esistono molte vie parallele e complementari per andare a Dio, secondo la concezione indù, che paragona le religioni a fiumi che confluiscono tutti nel mare dell’Assoluto, teoria assunta in qualche modo anche da una tendenza teologica del nostro tempo.

2) Il Regno di Dio. Gesù è venuto ad annunziare il Regno di Dio, che dà il senso messianico del cristianesimo, perché si realizzerà pienamente al di là della storia, nella vita eterna del Paradiso. E’ un Regno escatologico, che “esiste già e non ancora”. La missione della Chiesa annunzia il Regno di Dio e lavora per la sua progressiva realizzazione nei singoli uomini, nella vita dei popoli e nella società umana. Questa la dottrina del Concilio e della Redemptoris Missio. Ma l’enciclica nota un modo errato di concepire il Regno: separare il Regno da Cristo e dalla Chiesa, come se fosse una realtà diversa. Quindi si parla dei “valori del Regno” (amore, giustizia, pace, fraternità) che sono accettati da tutti, ma Cristo fa problema, è la “pietra d’inciampo” che fa difficoltà. L’enciclica dice con chiarezza: “Se si distacca il Regno da Gesù, non si ha più il Regno di Dio da lui rivelato, ma si finisce per distorcere il senso del Regno che rischia di trasformarsi in un obiettivo puramente umano e ideologico” (RM 17). I contenuti del Regno sono soprattutto spirituali: fede, vita nuova in Cristo, conversione, amore, perdono, ecc. Questi valori spirituali, con la grazia di Dio, a poco a poco trasformano le società umane: sono la vera rivoluzione portata da Cristo.

La “teologia della liberazione”, ad esempio, aveva la tendenza di parlare della liberazione dei popoli in una dimensione essenzialmente politico-sociale, finendo per sposare la teoria marxista del sottosviluppo e dello sviluppo,dimenticando di ispirarsi a Cristo per la liberazione dell’uomo dal peccato personale.

3) Lo Spirito Santo protagonista della missione. Questa verità, che è anche una novità teologica, dà alla missione una dimensione contemplativa. Se è lo Spirito che fa la missione, il missionario deve pregare molto per poter essere obbediente alla voce dello Spirito Santo. La missione non è del missionario, ma dello Spirito che guida e illumina la Chiesa; quindi è fondamentale obbedire alla Chiesa, non costruire Chiese e gruppi paralleli. E poi, lo Spirito Santo dà una dimensione di ottimismo e di speranza. Il missionario non deve mai scoraggiarsi perché spesso non vede i frutti del suo lavoro, ma se ha seminato bene lo Spirito porterà a compimento la sua opera e farà fruttificare e suoi sacrifici, il suo martirio.

4) Dov’è la missione alle genti? E’ anche qui in Italia? Tre criteri per giudicare:

a) Criterio territoriale-geografico, cioè i paesi e i popoli non cristiani, che “anche se non molto preciso e sempre provvisorio, vale sempre” (n. 37). Soprattutto il Papa mette tre volte l’accento sulla missione ad Gentes in Asia, dove i cristiani, tutti assieme, raggiungono a male pena il 3% degli asiatici (il 62% dell’umanità!).

b) Fenomeni sociali nuovi da evangelizzare: le metropoli, gli emigrati, i rifugiati politici, gli extra-comunitari, i giovani che sono la maggioranza della popolazione nei paesi non cristiani.

c) Gli “aeropaghi” moderni, mass media, cultura e scienza, enti ed organismi internazionali (Onu), pace e sviluppo, diritti dell’uomo e della donna, giustizia sociale, i giovani, la cultura moderna creata dalla comunicazione, nuove tecniche e nuovi modi di comunicare un messaggio, ecc. Campi immensi!

5) Le vie della missione, cioè come e in che modo si esercita oggi la missione: formazione della Chiesa locale, inculturazione, dialogo interreligioso, promozione umana e dello sviluppo dei popoli.

Fermandoci un momento su questo punto. L’enciclica lega strettamente la missione di annunziare Cristo all’umanizzazione. Nei numeri 58 e 59 Giovanni Paolo II sviluppa questo concetto: con la missione alle genti la Chiesa aiuta i popoli a svilupparsi, certo anche con gli aiuti economici e materiali, con le opere sanitarie e di educazione, ma soprattutto annunziando Cristo, perché “lo sviluppo dell’uomo viene da Dio e dal modello di Gesù uomo-Dio e deve portare a Dio. Ecco perché tra missione evangelica e promozione dell’uomo c’è una stretta connessione” (n. 59). E aggiunge che “il contributo della Chiesa e della sua opera evangelizzatrice per lo sviluppo dei popoli riguarda non soltanto il sud del mondo, per combatterli la miseria materiale e il sottosviluppo, ma anche il nord, che è esposto alla miseria morale e spirituale causata dal super-sviluppo”.

Questo messaggio è fondamentale per capire i meccanismi dello sviluppo di un popolo (n. 58): ”Lo sviluppo di un popolo non deriva primariamente né dal denaro né dagli aiuti materiali, né dalle strutture tecniche, bensì dalla formazione delle coscienze, dalla maturazione delle mentalità e dei costumi”. Queste parole sono rivoluzionarie per capire lo sviluppo e il sottosviluppo dei popoli, che non è solo o quasi solo di soldi, di macchine, di tecniche, di commerci, ma di formazione col Vangelo, che rende l’uomo più uomo e lo sviluppa in tutti i sensi.

La missione alle genti è solo agli inizi” (R.M. 30)

Il card. Daneels, arcivescovo di Bruxelles, ha detto che la RM. “è la magna charta della Chiesa alla fine del secondo millennio”; e il card. Tomko ha detto: “Può causare una benefica rivoluzione nella Chiesa del nostro tempo”. Infatti Giovanni Paolo II riafferma con forza la perenne validità della missione alle genti (oggi molti dubitano di questo), invitando “la Chiesa ad un rinnovato impegno missionario” (n. 2); e introduce il concetto che andare ai non cristiani è la soluzione all’incredulità dei nostri popoli: “La fede si rafforza donandola!… La nuova evangelizzazione troverà ispirazione e sostegno nell’impegno per la missione universale” (R.M., 2). Una proposta che, se venisse recepita e attuata, potrebbe rivoluzionare le nostre Chiese. Il card. Tomko ha detto: “Può causare una benefica rivoluzione nella Chiesa”.

Giovanni Paolo II ha gestito il passaggio “dalle missioni estere alla Chiesa locale”, valorizzando le forze locali anche per la missione alle genti. La Chiesa universale, senza che ce ne accorgiamo, sta cambiando proprio per influsso delle giovani Chiese. Non ho lo spazio per illustrare questi temi: la varietà e genialità dei ministeri laicali (penso alle parrocchie in Corea e nel Vietnam); la “teologia della liberazione” che, con tutti i suoi limiti ed errori, è estremamente positiva per la Chiesa universale; le teologie locali e l’inculturazione del messaggio cristiano nelle varie culture, anche questi fatti molto positivi nonostante i contrasti e i problemi che creano; il dialogo interreligioso che il Papa ha promosso orientato a scendere da un livello di vertice e di dibattito teologico, al “dialogo della vita”, cioè la collaborazione fra i membri delle varie religioni per la pace e i diritti dell’uomo. Quanti esempi interessanti potrei raccontare che dimostrano la spinta data dal Papa: ma lo spazio è tiranno.

Fra i giovani battezzati, l’entusiasmo della fede è il motore della vita cristiana che sta maturando. Il Papa è stato geniale quando ha scritto (R.M. 2) che vuole impegnare “le Chiese particolari, specie quelle giovani, a mandare e ricevere missionari” (n. 2); e ha dato piena fiducia alle giovani Chiese stimolandole con queste parole: “Siete voi oggi la speranza di questa nostra Chiesa che ha duemila anni; essendo giovani nella fede, dovete essere come i primi cristiani e irradiare entusiasmo e coraggio, in generosa dedizione a Dio e al prossimo… e sarete anche fermento di spirito missionario per le Chiese più antiche” (R.M., 91).

La grandezza di questa intuizione è testimoniata da molti esempi. Mons. Cesare Bonivento, vescovo del Pime a Vanimo in Papua Nuova Guinea mi ha detto: “I nostri cristiani sentono la predicazione nel sangue, vogliono annunziare, proclamare, raccontare. Bisogna dare al popolo una formazione e dei contenuti, ma la carica missionaria ce l’hanno spontaneamente. Come vescovo cerco di moderare e di preparare. Bisogna stare attenti perchè farebbero tutto loro. Gli annunzi in chiesa debbono darli i laici, ma poi quando prendono la parola è difficile fermarli. Se potessero mettere da parte il prete sarebbero felicissimi. E infatti lo fanno perchè nella maggior parte dei servizi domenicali parlano loro: il prete ha difficoltà per la lingua, anzi le lingue. Nel Giubileo 2000 abbiamo avuto una specie di “missione popolare” con incontri di preghiera, canti e proclamazione della Parola di Dio. Andavano avanti per ore. Io mi stancavo, ma loro non si stancano”.

Uno scenario che per noi occidentali è difficile persino da immaginare: i popoli giovani che scoprono il valore della fede possono insegnarci molto. Non nelle forme concrete, ma nello spirito. Non si ripeterà mai abbastanza che su sei miliardi e mezzo di uomini e donne, almeno la metà non hanno mai sentito nominare Gesù Cristo. Incredibile, ma è così. Da una rigorosa inchiesta all’inizio degli anni sessanta (della rivista “Christ au Monde”) risultava che nel “mondo cattolico” c’erano 359.000 sacerdoti per l’assistenza di 510 milioni di fedeli e nelle missioni 33.000 sacerdoti per 70 milioni di cattolici; ma i sacerdoti dedicati direttamente ai due miliardi e più di non cristiani erano solo 1.900 in tutto!

Ecco perchè gli istituti esclusivamente missionari sono ancora “assolutamente necessari” (R.M., 66) e i vescovi delle giovani Chiese li chiedono proprio per rendere missionarie le loro Chiese, il loro clero. La R.M. dice (n. 66): “La vocazione dei missionari ad vitam conserva tutta la sua validità: essa rappresenta il paradigma dell’impegno missionario della Chiesa, che ha sempre bisogno di donazioni radicali, di impulsi nuovi e arditi”.

Oggi l’imperativo per i missionari è di fare davvero i missionari, cioè andare ai non cristiani, limitando gradualmente il compito di supplenza per la cura delle comunità cristiane. Giovanni Paolo II e anche Benedetto XVI richiamano spesso questo carisma specifico dei missionari a vita: ricevendo i rappresentanti dei loro istituti, li esortano a “dedicarsi ai non cristiani”, perchè i vescovi locali li chiedono.

1 Pino Cazzaniga, “Come i giapponesi hanno visto il Papa”. In “Mondo e Missione, giugno-luglio 1981, pagg. 367-394.

Padre Gheddo su Radio Maria (2011)

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