somalia onuDieci anni fa, nel febbraio 1994, sono stato in Somalia con l’esercito italiano, durante l’operazione Restore Hope (“Riporta la speranza”) promossa dall’Onu dopo il colpo di Stato contro il dittatore Siad Barre (27 gennaio 1991) e un anno e mezzo di guerra civile: l’Onu calcolava che i morti per fame o in conseguenza della guerra erano circa un milione su 6 milioni di somali. Ero già stato in Somalia nel 1978 e non ho più riconosciuto Mogadiscio, Johar e altre cittadine dell’interno (Afgoi, Merca): case distrutte, non tanto dalla guerra in sé, ma dal saccheggio a cui si era abbandonata la popolazione. Il 24 aprile 1992 l’Onu autorizzava l’uso della forza per riportare un minimo di ordine; in ottobre giungevano i primi 500 caschi blu pakistani, nel dicembre 1992 tutti gli altri (americani, italiani, nigeriani, belgi, tanzaniani, tedeschi, bangladesi, inglesi).

Nel febbraio 1994 la Somalia, divisa in settori affidati per l’ordine pubblico a 35 mila militari di 32 Paesi (gli italiani erano 2.200), viveva una situazione di relativa stabilità e sicurezza (parlare di pace sarebbe eccessivo): i mercati funzionavano, stava rinascendo l’agricoltura, le scuole erano aperte, si giocava addirittura un campionato di calcio a livello nazionale (organizzato dall’esercito italiano). Nel marzo 1995, quando Restore Hope incominciava a portare frutti duraturi, la missione Onu finiva e in pochi mesi il Paese era nel caos.

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La missione Onu in Somalia è perlomeno controversa e so bene che c’è chi la giudica fallimentare. Resta il fatto che oggi, dieci anni dopo, nonostante i tentativi di mediazione dell’Onu e di altri, la Somalia non è più uno Stato. La ex-Somalia britannica (Somaliland) e la parte nord della Somalia italiana (Puntland) hanno dichiarato la loro indipendenza (1991 e 1999) e anche loro sono sempre in guerra e guerriglia: Annalena Tonelli, che avevo visto nel 1978 a Merca, è stata uccisa il 5 ottobre 2003 in Somaliland. La ex-Somalia italiana è divisa in trenta fazioni in lotta fra loro, come la capitale Mogadiscio che è nel caos; il governo istituzionale di transizione, istituito nel settembre 2002 con l’aiuto dell’Onu, non è riuscito ad imporre la sua autorità. Su circa 5-6 milioni di somali, si sono formati tre Stati e vi sono circa 600-700 mila rifugiati all’estero: il 10-11 per cento della popolazione!

Si dice che gli Stati Uniti vogliono imporre la pax americana in tutto il mondo, ma per vari casi di emergenza non si riesce a proporre nessun’altra soluzione. Ad una strategia sbagliata se ne deve contrapporre un’altra che porti risultati migliori. Tutti concordiamo nel dire che l’Onu dovrebbe essere garante della pace, ma può fare ben poco fin che tutti i Paesi sono prigionieri del loro egoismo nazionale; in Somalia ha fallito perché non trovava più chi vi impegnasse i propri militari e naturalmente ne pagasse le spese. Per quanto riguarda l’Iraq, se abbiamo a cuore il bene degli iracheni non possiamo lavarcene le mani. I pacifisti dicono: ritiro immediato delle truppe dall’Iraq, affidiamo tutto all’Onu, senza la partecipazione delle forze militari che occupano oggi l’Iraq (mandate da 47 Paesi!). Questo significa consegnare il Paese al terrorismo e al caos. La guerra, si dice, non serve a sconfiggere il terrorismo. D’accordo. Ma alzare bandiera bianca serve a qualcosa?

L’Europa non si è ancora resa conto (i no global meno di tutti) che, dopo il crollo dei due “blocchi” Occidente-Oriente, il pericolo di guerra mondiale non viene più da Usa e Urss, ma dal moltiplicarsi di focolai di guerre, guerriglie, separatismi, colpi di Stato, dittature crudeli, terrorismi, conflitti etnici e religiosi, popoli ridotti alla fame. L’Occidente è impotente di fronte a queste continue emergenze.

Se la strategia di Bush contro il terrorismo non funziona, bisogna averne un’altra di ricambio, di cui però non si vede traccia. L’Europa unita dovrebbe essere pronta a dire: arriviamo noi e sostituiamo gli Usa. Ma questa è pura fantasia: abbiamo chiamato i militari americani per la Bosnia e il Kosovo, per la Somalia e il Libano che sono alle porte dell’Europa! I terroristi di Al Qa’ida e gli altri gruppi islamici armati non sono in guerra contro Bush e gli Usa, ma contro l’Occidente. Possiamo senza dubbio ritirarci nel nostro “paradiso” europeo (così ci vedono dai Paesi poveri), lavandoci le mani e sperando che il terrorismo islamico colpisca altri.

Ma c’è qualcuno che vuole questo?

Piero Gheddo
maggio 2004

 

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