Borneo, nasce la Chiesa – Padre Gheddo su “Mondo e Missione”

Il Borneo è la tbruneierza isola del mondo (dopo Groenlandia e Papua Nuova Guinea), estesa due volte e mezzo l’Italia con soli 15 milioni di abitanti. Un vero paradiso di natura incontaminata, dove si possono incontrare, percorrendo in jeep sentieri e stradine tra foreste secolari, gli orangutan, il piccolo elefante asiatico, vari tipi di felini (pantere e leopardi), folate di meravigliosi uccelli variopinti. Le spiagge, ancora intatte, presentano fondali visibili a occhio nudo dalla barca e colorati banchi corallini a fior d’acqua. Di questa grande isola quasi solo le regioni costiere sono abitate, l’interno è ancora in parte da esplorare: vi abitano i dayak, i nativi che stanno uscendo dalla preistoria ed entrano nel mondo moderno. Nel febbraio scorso ho visitato il Borneo che appartiene alla Malaysia, con i due Stati federati di Sabah e Sarawak, e il piccolo sultanato indipendente del Brunei.

L’aspetto più interessante di questo viaggio (era con me padre Giorgio Licini, collaboratore di Mondo e Missione e missionario in Papua Nuova Guinea) è la scoperta di una Chiesa che sta nascendo, come quella degli Atti degli apostoli. Delle cinque diocesi del Borneo malaysiano ne abbiamo visitate tre (Kuching, Kota Kinabalu e Keningau, oltre alla prefettura apostolica del Brunei). Ovunque comunità giovani e vivaci, la cui crescita è frenata dalla scarsità di sacerdoti e di suore: i cristiani sono di recente conversione e generano con difficoltà persone consacrate a vita. Il governo proibisce l’entrata di missionari dall’estero.

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 Chiedo a don Christopher Laden della diocesi di Kuching (capitale dello Stato di Sarawak) perché i dayak si convertono al cristianesimo. Risponde: “Perché Gesù Cristo e la Chiesa spiegano chi è Dio e promettono la vita eterna. Noi dayak crediamo in Dio creatore, ma non sappiamo chi è, se è buono o cattivo, se ci ama o non si cura di noi. E pensiamo che dopo la morte non c’è più niente. Il cristianesimo ci dà questa speranza. Il secondo motivo è sociologico: diventando cristiani entriamo in una comunità che aiuta e crea fraternità, mentre l’antica comunità tribale sta scomparendo. Noi dayak rifiutiamo l’islam, è troppo lontano dalla nostra mentalità, non si combina con le nostre credenze”.

L’arcidiocesi di Kuching ha circa 150 mila cattolici con 25 preti e dieci parrocchie, di cui cinque in città. La parrocchia di Serian, molto estesa, ha 36 mila cattolici per tre preti, con circa 80 cappelle da visitare. Il parroco di Serian, padre James Meehan, uno scozzese dei missionari di Mill Hill, dice che ogni anno ha circa 500 battesimi di adulti. Gli ho chiesto come fa a prepararli. Mi ha risposto: “Fanno tutto i catechisti e i laici dei vari movimenti”. Il parroco di Bunan Gega, John Chung, ha 500 battesimi all’anno, di cui 200 di bambini figli di cattolici e 300 di adulti convertiti. Lui e il prete suo collaboratore hanno una cinquantina di cappelle da curare. Visitandola, questa regione dei dayak pare che sia tutta cattolica. In ogni villaggio c’è una cappella. I musulmani sono pochi nelle regioni forestali fuori Kuching, le conversioni all’islam avvengono per matrimonio, per commercio, perché promettono facilitazioni nella scuola, nel trovare un lavoro. I nativi optano per il cristianesimo, dice John Chung, perché “quando incontrano Cristo sperimentano che cambia la loro vita personale, familiare e di villaggio”.

Il vescovo di Kota Kinabalu (capitale dello Stato federato di Sabah), mons. John Lee, dice: “La mia è una bella diocesi, la maggioranza dei cattolici sono nativi e tutti giovani. Quando vado a visitare le parrocchie e vedo assemblee giovanili molto numerose e fervorose, schiere di giovani che cantano, ne ringrazio il Signore: noi abbiamo la grande responsabilità di educare questi giovani. Ma come fai se non hai preti? Le vocazioni adesso vengono dai tribali. Un tempo venivano dai cinesi, ma oggi queste ultime sono diminuite, con l’aumentare della ricchezza le famiglie hanno ormai solo uno o due figli! Abbiamo un ufficio diocesano incaricato dei giovani, organizza incontri, ma è insufficiente. Nelle scuole non si può fare nulla di organizzato per educare alla fede e non abbiamo personale per seguire i giovani”.

A Keningau (Sabah), il vescovo Cornelius Piong osserva: “La mia diocesi ha 12 preti per più di 90 mila cattolici e dieci seminaristi, ogni anno circa 1.500 battesimi di adulti. Preti e suore sono troppo pochi. Affidiamo molti compiti ai laici e alle comunità ecclesiali di base: i catecumeni entrano nelle comunità e vengono preparati al battesimo con la parola e l’esempio e anche con impegni di servizio alla parrocchia. Qui nel Sabah i cristiani sono liberi di evangelizzare, convertire indigeni e cinesi, costruire chiese e altri edifici religiosi e assistenziali”.

Piero Gheddo

Mondo e Missione – giugno 2004

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