Celebrare la Messa nel “day off”? – Padre Gheddo su “Mondo e Missione”

SaintMarys_CathedralSydneyUn caro amico, parroco da molti anni in Australia, mi scrive: “Qui sto diventando il ribelle fra il clero. Ho rifiutato di non celebrare la S. Messa al lunedì e di cancellare le Messe nellaa settimana dopo il Natale. Ho detto che non obbedirò e che celebrerò la Messa ogni giorno, anche se la chiesa fosse vuota. Ma la gente viene. Quando vedono che la chiesa è aperta, entrano. Diversi turisti sono venuti per caso e si sono confessati. Qui pochi preti confessano e danno alle confessioni da 15 a 30 minuti ogni venerdì. Il 13 gennaio andrò al Santuario della Madonna nera a Penrose Park. Ci vado ogni mese per confessare tre, quattro ore. Questa volta sarò il celebrante principale e il predicatore. Si aspettano circa 3000 pellegrini gran parte da Sydney e da Wollongong”.

Che dire? Ricordo quel che mi è capitato nel gennaio 1968 in Filippine. Tornavo a Manila da un lungo viaggio esplorativo in varie diocesi (il Pime mandò i primi missionari nel dicembre 1968). Faceva un caldo tremendo e avevo tre giorni di tempo prima dell’aereo per Hong Kong. Il parroco di cui ero ospite mi dice di andare in una casa di vacanza e riposo per preti sulla spiaggia. Vado e arrivo nel pomeriggio di venerdì. A sera, durante la cena, chiedo quando si celebra la Messa al mattino. Un prete (non filippino) mi risponde: “Domani è sabato, il day off (giorno di vacanza), e non si celebra”. Gli altri ridevano della mia ingenuità. Dopo cena vado in cappella a pregare e poi entro in sacrestia. C’è un vecchio “fratello” religioso irlandese e gli chiediamo come celebrare il giorno dopo (con me un confratello del Pime di Hong Kong). Alza le mani al cielo ed esclama: “Finalmente, due preti che dicono Messa al sabato!”.

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Era il 1968, quasi quarant’anni fa. Allora il fatto mi aveva molto scandalizzato, poi mi sono accorto che le cattive abitudini e i cattivi esempi si diffondono più rapidamente di quelli buoni. Sto scrivendo la biografia dell’amico padre Marcello Zago, per incarico della direzione generale degli OMI (Oblati di Maria Immacolata): è stato missionario in Laos, segretario del pontificio consiglio per il dialogo con i non cristiani, superiore generale degli OMI e arcivescovo segretario della congregazione per l’evangelizzazione dei popoli. Un grande personaggio missionario del nostro tempo (1932-2001).

Nella relazione che, dopo 12 anni di superiore generale, ha tenuto nel 1998 al Capitolo generale della sua congregazione (più di 4.000 sacerdoti), ha lanciato con molta forza e chiarezza alcuni interrogativi provocatori: “E’ possibile avere una genuina spiritualità senza celebrare quotidianamente l’Eucarestia e recitare il Breviario? E’ possibile crescere nella fede senza dedicare regolarmente e devotamente un periodo di tempo alla meditazione? E’ possibile avere un genuino zelo apostolico senza vivere alla presenza di Dio e in compagnia col Signore?  E’ possibile vivere il voto della castità nel mondo attuale, senza coltivare una personale amicizia con Cristo?”.

Perché dico queste cose? Siamo nell’Anno dell’Eucarestia. Se vogliamo essere cristiani autentici (e non di facciata), non solo dobbiamo rafforzare nella nostra vita l‘amore a Gesù presente nelle nostre Chiese, ma capire che anche noi preti abbiamo bisogno di molta gente che preghi per noi, per essere fedeli alla nostra vocazione. Noi non siamo più forti, più robusti, più fedeli di tutti i battezzati. La forza ci viene unicamente da Dio, quindi chiediamo a Dio questo dono anche per i preti che conosciamo e per tutti gli altri.

Nel 1964 sono andato la prima volta in India (ci ritorno, a Dio piacendo, nel febbraio-marzo 2005). A Benares (oggi si chiama Varanasi), la città santa dell’Induismo, ho visitato padre Giorgio Bonazzoli, che viveva in un monastero di monaci indù e alla “Hindu University” insegnava il sanscrito, la lingua sacra dell’Induismo. Era là per il “dialogo con gli indù”, l’ho ammirato perché conduceva una vita povera e severa in un ambiente del tutto estraneo. Dormiva su una tavola di legno e come cuscino aveva un grosso tarello di legno (“All’inizio fa un po’ male, ma poi ti abitui”); cibo solo vegetariano; non aveva attorno a sé alcuna comunità cristiana. Gli ho chiesto come faceva a resistere. Mi ha portato nella sua piccola cella. Sopra il lavandino c’era un armadietto, di quelli per l’occorrente della barba. Lo apre e mi dice: “Vedi, qui c’è Gesù!”. E l’ha detto in tono così convinto e commosso, che ho ringraziato il Signore di questo “buon esempio”. 

Piero Gheddo

aprile 2005

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