Come ricordo Giovanni Leoncini – Presentazione di Padre Gheddo

Sono stato tre volte a trovare in India il padre Leoncini e la quarta (nel 2005) ho pregato sulla sua tomba nel giardino della casa di riposo per anziani intitolata a suo padre Giovanni Battista, da lui costruita nel 1999, l’”Anno internazionale degli Anziani”.

Ho un ricordo vivo della prima visita nel 1964, quando era partito dall’Italia da soli cinque anni. In parrocchia con un sacerdote indiano, aveva imparato l’inglese e la lingua telegu, da non molto tempo era rettore del seminario di Nuzvid da lui fondato, il primo per ragazzi di lingua telegu, che si parla nello stato indiano di Andhra Pradesh, oggi con circa 70 milioni di abitanti.

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Ricordavo l’amico Giovanni come severo professore di greco e impegnato fra i chierichetti e i giovani della nostra “chiesa pubblica” in Via Monterosa a Milano. Pensavo di trovarlo ancora alle prime armi come missionario, nel periodo di ambientazione in un mondo radicalmente nuovo com’è quello dell’India rurale, povera, ben lontana dalla nostra Italia evoluta. Invece mi ha stupito quel che era già riuscito a realizzare e come si muoveva e parlava speditamente con la gente e i seminaristi. Ero stato con lui tre giorni e ho anche tenuto alcune meditazioni e una conferenza sul Concilio Vaticano II a quei giovani studenti, ma Giovanni mi ha portato a visitare il seminario, la biblioteca, la cappella, i campi da gioco, gli orti, i campi coltivati del seminario e le piantagioni di cocco o di manghi: tutto su terreno acquistato da lui stesso. Insomma, per i primi cinque anni di missione una cosa straordinaria, esagerata. Visitando la biblioteca trovo alcune riviste teologiche e missionologiche internazionali in inglese e tedesco, con le ultime annate rilegate.

– Ma come hai fatto – gli chiedo – ad avere queste riviste e anche gli arretrati?

– Semplice, risponde, ho scritto, pago e loro mandano quel che chiedo. Le poste nell’India ex-inglese funzionano meglio che in Italia.

Questa la vita e lo stile di padre Leoncini. Era unito a Dio con molta preghiera, scriveva lettere e mandava il suo bollettino “La Stella” a numerosi benefattori, riceveva da loro e dalla Provvidenza molti aiuti economici, impiegava tutto per il seminario, per la missione. Giovanni viveva una vita austera, aveva un forte spirito di sacrificio, capacità di comando e di tradurre in opere concrete quel che progettava. Non aveva altre distrazioni, né alcun hobby, la sua vita era tutta spesa per la missione. Ecco il segreto per capire come ha potuto, in soli 43 anni di India, realizzare le molte opere per cui è ancor oggi ricordato dai vescovi e sacerdoti, che sono stati da lui formati, e dal buon popolo della diocesi di Vijayawada nell’India del sud-ovest. Senza dubbio è stato uno dei missionari del Pime più emergenti, di quella schiera che, in un secolo e mezzo (cioè dal 1855), hanno fondato nell’Andhra Pradesh ben sei diocesi: l’arcidiocesi di Hyderabad e le diocesi di Vijayawada, Warangal, Nalgonda, Eluru, Khammam. L’arcivescovo attuale di Hyderadad è mons. Marampudi Joji del quale in questo libro è riportata una bella testimonianza.

Leoncini è ricordato come “padre dei sacerdoti indiani”, ma ha agito anche in altri campi, oltre a quello prioritario del seminario e della formazione sacerdotale, specialmente in quello editoriale, come ricorda bene padre Mauro Mezzadonna, archivista del Pime, nella limpida traccia biografica di padre Leoncini delle pagine seguenti.

Aveva sempre avuto la tendenza a scrivere. Quando nel 1953 sono diventato sacerdote e direttore della rivista “Italia Missionaria”, edita dal Pime a Milano per gli adolescenti e i giovani, padre Giovanni era anche lui a Milano, studiava all’Università cattolica e fungeva da vice-parroco della chiesa di San Francesco Saverio del Pime (non parrocchiale) in Via Monterosa. Manifestando una chiara tendenza alla pedagogia, curava molto i chierichetti, che riuniva in due stanze del semi-interrato della casa madre del Pime (tappezzate di manifesti e di ritagli di giornali illustrati), e voleva scrivere le sue riflessioni spirituali, poetiche e adatte per l’età adolescenziale.

Mi propose di scrivere per la rivista e accettai ben volentieri. E’ nata la sua rubrica “Colpi d’Ala”, firmata “Germano” (com’era conosciuto in famiglia), e poi alcuni volumetti che piacevano e si vendevano bene alle famiglie, tant’è vero che li abbiamo ristampati diverse volte. Fra l’altro ricordo che mi diceva, a me sacerdote più giovane all’inizio del mio cammino, una verità di cui poi mi sono convinto esercitando il giornalismo: “L’educazione religiosa dei ragazzi non è solo istruzione sulle verità di fede da credere, ma anche capacità di toccare il cuore, di commuovere, di coinvolgere emotivamente nella vita di fede. Se manca la commozione, la formazione non è completa, non diventa facilmente vita quotidiana”. Principio da grande pedagogo, che aveva scoperto lui stesso stando con i giovani e che San Giovanni Bosco aveva già definito in questi termini: “Per educare davvero, bisogna amare”.

I ricordi che ho di padre Giovanni sono tanti. Una delle sue realizzazioni che ho più apprezzato in India è stata la rivista “Petrus” e l’attività editoriale con l’editrice “Angel”, in inglese e in telegu. Petrus aveva lo scopo dichiarato di portare la voce del Papa ai sacerdoti indiani (e anche ad altri), perché Giovanni avvertiva la maggior tentazione della giovane e vivace Chiesa dell’India (come di altre giovani Chiese in ogni continente): il nazionalismo religioso, cioè la spinta culturale di bastare a se stessi, di allentare il controllo che la Santa Sede mantiene sulle Chiese locali, per assicurare l’unità (pur nella pluralità delle espressioni e delle “inculturazioni”) della Chiesa universale, compito prioritario del Sommo Pontefice.

Leoncini riceveva il settimanale “L’Osservatore Romano” in inglese. Sceglieva i testi del Papa e delle Congregazioni vaticane più interessanti per i lettori indiani e li pubblicava mensilmente su Petrus, con una sua breve introduzione quando necessaria. La rivista ha avuto così tanto successo, che poi è stata acquistata dall’Editrice delle Paoline in India. Una iniziativa che rivela l’acuta intuizione di padre Leoncini di quello che era, è (e sarà) uno dei maggiori problemi per la Chiesa indiana: conoscere la voce del Papa e mantenere l’unità nella Chiesa universale. La rivista “Petrus” è diventata “La voce del Papa in India”.

L’opera più significativa e rappresentativa dello spirito di Giovanni Leoncini è quella prodotta nella sua piena maturità: “A History of the Catholic Diocese of Vijayawada” (Catholic Centre, Vijayawada, 1988, pagg. 332). Il volume storico, pubblicato nell’anno giubileo della fondazione della diocesi di Vijayawada (1937-1988), non è una semplice storia con fatti e date, ma è il racconto appassionato e documentato fino allo scrupolo, di generazioni di missionari che hanno fondato questa Chiesa oggi fiorente. Giovanni mette in risalto non solo le iniziative e le opere costruite dai missionari, dalle suore, dai catechisti per portare Cristo alle popolazioni telegu (in particolare ai “fuori casta” o “paria” o “dalit”), ma ricorda le fatiche, i sacrifici, le umiliazioni e persecuzioni subìte, la donazione totale delle vite di giovani preti e suore, catechisti e laici per la fondazione delle comunità cristiane.

Ho letto con gusto quest’opera dell’amico Leoncini, perché vi ho scorto una profonda risonanza con lo spirito e la storia dei missionari del Pime. Mi basta segnalare un aspetto particolare e originale. Quando parla dei fondatori della diocesi, ricorda anche i benefattori, che “appartengono alla storia di Vijayawada, in modo non minore di quello dei vescovi e dei missionari, delle parrocchie e istituzioni. I loro nomi sono una legione e sono conosciuti solo da Dio” (pag. 171). Però, aggiunge, ne ricorda uno, il bergamasco padre Pietro Caironi, gesuita italiano che insegnava in una scuola nel Kerala, regione dell’India dove i cattolici sono una buona minoranza e non ci sono molte conversioni. In seguito ad una visita in Andhra Pradesh ed a Vijayawada nel 1952, Caironi capì che i missionari del Pime erano fortemente impegnati fra i non cristiani e ottenevano un buon numero di conversioni. Per più di dieci anni mandò notevoli aiuti economici alla diocesi: “In quegli anni di penosa (“torturante”) povertà e privazioni, Caironi ci venne in aiuto come il Buon Samaritano”, scrive Leoncini, che ricorda in lui tutta la innumerevole “legione” dei benefattori, compresi naturalmente i suoi amici genovesi. Mi è piaciuta questa attenzione per i benefattori, che hanno permesso di costruire le strutture delle giovani Chiese.

Un ringraziamento alla signora Anna Maria Cagiano de Azevedo che ha raccolto e letto con attenzione i molti testi di padre Giovanni Leoncini, scegliendo quelli più rappresentativi della personalità del nostro grande amico e confratello. Una scelta felice perché questi documenti hanno valore anche letti in modo singolo, ma tutti assieme ricordano padre Leoncini meglio di qualsiasi nostro elogio e necrologio.

Presentazione di Padre Gheddo al libro “Padre Giovanni Leoncini. un genovese in trasferta, pedda swamy dell’India” a cura di Anna Maria Cagiano de Azevedo

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