Forse anche la vita fisica, ma certamente la vita spirituale di noi sacerdoti non è mai stata così stressante come oggi. In passato, noi che abbiamo superato i “settanta” avevamo le nostre difficoltà e tentazioni, ma era anche il “tempo delle certezze” nel campo della fede e della nostra fedeltà alla Chiesa. Invece, il mondo moderno ci bombarda di mille notizie, proposte, ipotesi, pareri diversi, esperienze, nuove teorie, dibattiti, divertimenti, attrazioni televisive: viviamo più distratti di una volta, anche per i troppi impegni che ci tormentano e tutto è diventato più difficile. La nostra vita sacerdotale invece di una concentrazione, una consacrazione, rischia di diventare una dispersione che ci conduce ad essere superficiali in tutto.

Il motore della missione è l’amore a Cristo

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Da trenta e più anni, la CEI e i vescovi italiani insistono spesso nel dire: ogni sacerdote è “missionario”, in Italia la pastorale deve diventare “missionaria” o, come diceva il card. Anastasio Ballestrero al Convegno della Chiesa italiana a Loreto nel 1985, “Il nostro popolo cristiano va rievangelizzato con spirito e metodo missionari”. Perché questo uso frequente dei termini “missione” e “missionario”, cinquant’anni fa usati solo per i missionari che partivano per continenti lontani? Solo perché la società italiana è decaduta spiritualmente e moralmente fino ad essere a volte considerata “pagana”? Sì, tutto questo in parte è vero, ma credo che il motivo più profondo sia un altro. La vita in Italia non si può definire “pagana” perchè il mondo non cristiano è certamente molto, ma molto più disumano del nostro in tutti i sensi; infatti i popoli di altre culture vorrebbero venire a vivere in paesi cristiani. Duemila anni di cristianesimo non sono passati invano.
Viviamo invece in una società relativista (una religione vale l’altra), secolarizzata (vivere “come se Dio non esistesse”) e materialista (l’idolo di oggi è il denaro). Per essere fedele alla sua vocazione il sacerdote diocesano, o comunque che opera in Italia, deve convertirsi alla “passione missionaria” di annunziare e testimoniare agli uomini l’unica ricchezza che abbiamo, e di cui tutti hanno bisogno: il Signore Gesù!
Negli istituti missionari, quando i giovani missionari partono per la missione alla quale sono destinati (si parte “per non tornare più” e questo è ancora l’ideale) ricevono un Crocifisso e il celebrante legge la formula del “mandato”: “Ecco, o figlio, il Crocifisso compagno indivisibile delle tue peregrinazioni apostoliche, ecco il conforto indefettibile nella vita, non meno che nella morte”. Ancor oggi il missionario tiene caro quel Crocifisso, che non ha nulla di speciale ma è il suo e lo porta ovunque va, prega di fronte a Lui, Lo contempla per trovare serenità e conforto. Mi è capitato a volte, visitando le missioni, di incontrare missionari anziani e ammalati che sul letto di morte tengono stretto al cuore il loro Crocifisso e chiedono di essere sepolti con quel Crocifisso della partenza sul petto.
Il motore della nostra missione è l’amore a Cristo, la consacrazione della nostra vita alla missione di Cristo e della Chiesa. Specialmente oggi, essere sacerdoti richiede di avere grandi orizzonti e nutrire grandi ideali, l’ideale della santità, l’ideale di donare la vita per le anime, l’ideale missionario dell’universalità, l’ideale di avere un solo scopo nella nostra esistenza: testimoniare e annunziare il Signore Gesù. Siamo tutti piccoli, poveri, deboli, peccatori, ma guai se mettiamo al centro della nostra vita noi stessi, lamentandoci dei nostri mali, delle incomprensioni, rimproverandoci continuamente dei nostri difetti e peccati, attribuendo ad altri i nostri supposti “fallimenti”, esprimendo nelle nostre persone pessimismo e scoraggiamento. Non possiamo più annunziare la gioia di aver trovato il Cristo, il Salvatore.
Gli psicologi dicono che le persone troppo ripiegate su se stesse, troppo “piene di sé”, non sono mai contente. Ogni mattino, specialmente per me sacerdote, inizia una vita nuova: la conversione alla missione parte sempre dall’interno di me stesso, ritornando all’origine della mia chiamata al sacerdozio. Quanti santi sacerdoti ho incontrato nella mia vita, ai quali si potevano applicare le parole di San Pietro (I lettera, 1, 6): “Siete ricolmi di gioia, anche se ora dovete essere per un po’ di tempo afflitti da varie prove”.

“L’anima mia magnifica il Signore”

Entrando in un monastero benedettino per riflettere sulla mia spiritualità di sacerdote, trovo scritto sulla porta d’ingresso: “Pax”. Ecco la chiave per concentrarmi nel silenzio della mia cella segreta, quella del cuore e della mente, in cui maturano tutti i miei pensieri, affetti, decisioni, opere. Pax significa fare silenzio e ritrovare la calma e l’onestà di confrontarmi con Gesù che mi ha chiamato a seguirlo nella consacrazione sacerdotale e missionaria, così impegnativa ma così piena di gioia, che realizza tutta la mia piccola persona.
Ricordo quando sono diventato sacerdote (28 giugno 1953 e chissà a quanti altri è capitato!) e ho celebrato la prima Santa Messa nel mio paese natale di Tronzano vercellese, ero così entusiasta e commosso per aver raggiunto l’ideale della mia giovinezza, che piangevo e non riuscivo quasi a continuare nella celebrazione. Ogni giorno, prima di celebrare la S. Messa, dobbiamo chiedere a Gesù e a Maria la grazia di ritrovare quell’entusiasmo e commozione, quella gioia profonda e intima della prima Messa, pensando che il Signore in tutti questi anni mi ha conservato la fede e la fedeltà alla vocazione, nonostante le mie infedeltà, debolezze e peccati.
Il mio grande confratello beato padre Paolo Manna, fondatore della Pontificia Unione missionaria del clero e dei religiosi, scriveva ai missionari del Pime: “Preti mediocri non ci servono. Oggi ci vogliono preti santi”. Ecco la sfida che ci sta di fronte, cari amici sacerdoti. Che fare? Non c’è dubbio, non rinchiuderci nel tran-tran della nostra vita abitudinaria, ma nutrire sempre grandi ideali e prima di tutto l’ideale di innamorarci profondamente di Gesù Cristo che ci ha chiamati a seguirlo. Gesù il Cristo non è solo il Verbo di Dio da credere, da approfondire intellettualmente, da annunziare e spiegare a chi ci ascolta: è una persona da amare, il Figlio dell’eterno Padre che s’è fatto uomo per salvarci. La fede in senso intellettuale oggi non basta più. Ci vuole la passione per Cristo, l’entusiasmo di annunziare il Vangelo. Dobbiamo avere, noi sacerdoti, la coscienza della nostra grandezza perché siamo chiamati a grandi imprese e avventure della fede: “L’anima mia magnifica il Signore!”. Da qui nasce la missione e l’entusiasmo missionario.

Lo Spirito accende in noi il fuoco della missione

Due anni fa ho visitato il Borneo malese, dove i famosi “dayak” (i “tagliatori di teste” di Salgari) escono dalle foreste e dal tempo preistorico: entrando nel mondo moderno, incontrano Cristo e si convertono a Lui. Il vescovo di Keningau, mons. Cornelius Piong, mi diceva: “Nella mia diocesi abbiamo pochissimi sacerdoti (11), tanti battezzati (92.000) e alcune migliaia di battesimi di adulti all’anno, che vengono dai nuovi cristiani i quali, incontrando Cristo, sperimentano la bellezza della fede cristiana e la rivoluzione benefica che porta nella vita personale, delle famiglie e dei villaggi. Quando si convertono, si innamorano di Cristo e vanno in giro spontaneamente a parlare di Lui. Sono ancora ai primi passi nella conoscenza dei misteri della fede, non so che messaggi danno. Ma come fare a seguirli e istruirli tutti? Mi fido dello Spirito Santo. Come vescovo, la mia preoccupazione è di educarli, dare contenuti sicuri al loro entusiasmo, ma loro sono spontaneamente missionari e proprio la convinzione che dimostrano parlando di Cristo commuove e converte i cuori”.
La passione missionaria della nostra vita sacerdotale nasce dall’interno e dal “fuoco della missione” che lo Spirito accende nel nostro cuore, quando con sincerità e generosità ci doniamo totalmente a Lui perché trasformi il nostro cuore, attualizzando in noi l’avvenimento storico di Cristo, rendendolo attuale e visibile e disponibile a tutti coloro con i quali veniamo in contatto. Il card. Carlo Maria Martini diceva in un suo discorso che “i santi sono il Vangelo vissuto oggi”. Ecco perché Giovanni Paolo II ha dato una spinta possente al moltiplicarsi dei beati e dei santi nella Chiesa: per presentare a tutti i popoli e a tutte le categorie di persone dei “Vangeli viventi” che rendono attuale e credibile il Vangelo di Gesù. Ed ecco perché lo stesso Papa ha scritto nell’enciclica missionaria “Redemptoris Missio” (1990): “Il vero missionario è il santo”; e aggiungeva: “La spiritualità missionaria della Chiesa è un cammino verso la santità. La rinnovata spinta verso la missione alle genti esige missionari santi” (n. 90).
P.Piero Gheddo, Sacerdos, Marzo 2007
missionario del PIME

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