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Cari amici di Radio Maria, come sapete nella penultima domenica di ottobre si celebra in tutto il mondo la Giornata missionaria mondiale, che quest’anno era ieri, domenica 19 ottobre. Quindi credo e spero che ieri, in tutte le chiese e le Messe che avete frequentato, il sacerdote ha parlato di questo tema fondamentale per la Chiesa cattolica, che per volontà di Gesù Cristo è e deve essere una Chiesa missionaria. Ma oggi vorrei rispondere ad alcune domande che molti si fanno e mi fanno quando parlo in pubblico: che significato ha oggi la giornata missionaria mondiale? Cosa significa, che messaggio ci manda come credenti in Cristo?

Nel messaggio per la Giornata Missionaria di quest’annoPapa Benedetto XVI ha riaffermato vigorosamente il dovere della missione alle genti: “Il mandato missionario continua ad essere una priorità assoluta per tutti i battezzati, chiamati ad essere “servi e apostoli di Cristo Gesù” in questo inizio di millennio”.

E ricorda Paolo VI il quale affermava nella “Evangelii Nuntiandi” del 1975 che “Evangelizzare è la grazia, la vocazione propria della Chiesa, la sua identità più profonda” (n. 14)”. Cioè se la Chiesa non evangelizza, non porta il Vangelo a tutti i popoli del mondo non è più la Chiesa di Gesù Cristo.

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Come modello di questo impegno apostolico universale, Benedetto XVI indica san Paolo, l’Apostolo delle genti, di cui quest’anno celebriamo uno speciale giubileo a lui dedicato. Stiamo vivendo l’ “Anno Paolino”, che ci offre l’opportunità di conoscere meglio questo insigne Apostolo, che ebbe la vocazione di proclamare il Vangelo alle genti, secondo quanto il Signore gli aveva preannunciato: “Va’, perché io ti manderò lontano, tra i pagani” (At 22,21).

Il Papa invita tutte le Chiese locali, le comunità cristiane e i singoli fedeli a pregare e collaborare “per propagare fino agli estremi confini del mondo l’annuncio del Vangelo, potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede” (Rm 1,16)?

I ) Perché la missione alle genti oggi?

“Lodate il Signore, popoli tutti,

voi tutte, nazioni, dategli gloria;

perché forte è il suo amore per noi

e la fedeltà del Signore dura in eterno”. (Salmo 116)

Questo breve salmo preannunzia la lode di tutti i popoli a Dio.

E’ una profezia perché dal popolo giudaico l’amore e la misericordia si espanderanno, per mezzo di Gesù e della Chiesa, su tutti gli uomini.

Ed è anche una preghiera. I Salmi rappresentano la bellezza della preghiera del popolo ebraico e sono i testi più citati nel Nuovo Testamento. Gesù stesso ha pregato con i Salmi come ogni ebreo credente; sono le preghiere più recitate dai santi e nella Chiesa primitiva si ricorreva spesso ai Salmi nella predicazione, mostrandone l’adempimento in Cristo morto e risorto.

E’ commovente, cari fratelli e sorelle, pregare con questo Salmo e pensare che anche Gesù ha pregato così. Lui che era venuto al mondo proprio per rivelare a tutti gli uomini la paternità di Dio e fare in modo che tutti i popoli conoscano e lodino il Creatore e Signore di tutte le cose.

Noi questa sera ci mettiamo davanti a Dio e gli chiediamo la grazia di capire in profondità il significato di questo Salmo per la nostra vita.

Ieri, domenica 19 ottobre, in tutte le parrocchie e le chiese del mondo si è parlato o si doveva parlare e pregare per questo: il dovere di ogni cristiano e di tutti gli organismi della Chiesa di portare, testimoniare il Vangelo a tutti gli uomini. Il battezzato non deve essere passivo nella Chiesa e nella sua vita cristiana. Il dono di Dio che è la fede, ricevuto nel battesimo, deve portarci a comunicarlo agli altri. Quindi da un lato, la mia testimonianza e il mio aiuto alla diffusione del Vangelo, dall’altro la preghiera e l’aiuto ai missionari sul campo delle missioni fra i popoli non cristiani.

Perché la missione alle genti? La missione della Chiesa è fondata sulla fede in Gesù Cristo unico Salvatore dell’uomo.

Chi non ha il dono della fede o la fede in lui è solo un lumicino vacillante, non capisce perché portare il Vangelo ai popoli che hanno già un’altra religione. Quante volte mi chiedono: perché voi missionari andate a parlare di Cristo a quelli che hanno già un’altra religione? Noi non andiamo per nostra scelta, è la Chiesa che ci manda per obbedire al comando di Cristo, anzi al testamento di Cristo. Le ultime sue parole pronunciate su questa terra prima di salire al Cielo sono state queste: “Andate in tutto il mondo, predicate il Vangelo ad ogni creatura”.

Ogni tanto, cari amici, richiamo alla memoria e medito quella scena finale della vita terrena di Gesù. Aveva con sé i dodici Apostoli, rinfrancati dalla Pentecoste, ma ancora piccoli, poveri, deboli, paurosi del mondo che li circondava: i capi dell’ebraismo, i romani. Gesù dice agli Apostoli: “Andate in tutto il mondo, predicate il Vangelo ad ogni creatura”. Queste le sue ultime volontà prima di salire al Cielo.

Se avesse chiesto consiglio a noi potevamo dirgli: “Signore Gesù, come mai comandi a questi dodici poveri uomini di andare in tutto il mondo? Credono in te e ti amano, ma insomma per affrontare i popoli e le culture diverse ci vuole una preparazione, un periodo di formazione. Sono dodici pescatori quasi analfabeti, credono a mala pena che tu sei risorto e tu li mandi in giro per il mondo? Lasciali qui a Gerusalemme e nella Palestina a tentare di convertire gli ebrei, poi andranno nel vasto mondo che ancora non conoscono”.

Nella nostra prudenza umana avremmo dato questo consiglio a Gesù. Invece no, gli Apostoli prendono le sue parole sul serio. San Paolo va verso Occidente, in Grecia, in Italia, arriva fino in Spagna; Filippo va verso l’Egitto e l’Etiopia; Tommaso verso l’India e la sua tomba è ancor venerata a Chennai (Madras) Gli altri si disperdono nel mondo allora conosciuto e in pochi decenni i cristiani rappresentano una rete di comunità di discepoli di Gesù, piccole ma piene di fede e collegate dalla comunione e dalla solidarietà tra fratelli, dall’autorità del Papa e dei vescovi.

Gesù manda la Chiesa a tutti gli uomini perché è venuto a salvare tutti gli uomini, tutti i popoli, tutte le culture. Negli Atti degli Apostoli (4, 12) si legge che San Pietro dice: “Gesù Cristo e nessun altro può darci la salvezza: infatti non esiste altro uomo al mondo al quale Dio abbia dato il potere di salvarci”.

La lettera del Papa per il Giubileo del 2000 “Tertio Millennio adveniente” (2000) termina con l’appello alla missione universale e afferma: “La Chiesa anche in futuro continuerà ad essere missionaria: la missione infatti fa parte della sua natura” e cita San Paolo dove dice: “Gesù Cristo è lo stesso ieri, oggi e sempre” (Ebrei, 13, 8). In altre parole, il comando di Cristo valeva al tempo degli Apostoli e vale anche oggi e varrà sempre. Se la Chiesa non fosse più missionaria, non sarebbe più la Chiesa fondata da Cristo.

Oggi é in crisi la missione perché è in crisi la fede in Cristo unico Salvatore. Certo noi a Gesù Cristo ci crediamo e la grandissima maggioranza dei battezzati ci credono, Ma alla radice della missione non c’è solo la fede come assenso intellettuale al mistero di Dio, ma la fede come amore e passione per Cristo che trasforma tutta la vita. La missione della Chiesa non è di insegnare una dottrina, un codice morale o di trasmettere un Libro; ma comunicare una vita, un’esperienza di vita. La vita con Cristo che salva, che risolve i nostri problemi, che porta la pace del cuore e la gioia di vivere.

Gesù moltiplicò i pani e i pesci sfamando quella folla che era venuta ad ascoltarlo, il Vangelo dice che guardando a quelle migliaia di persone, Gesù “senti compassione per loro e guarì i loro malati” e poi moltiplicò il cibo per sfamarli (Matt 14, 14).

Il senso missionario della vita cristiana nasce dal provare pena, compassione per quelli che non hanno fede, che non hanno mai sentito parlare di Cristo, perché noi sperimentiamo nella nostra vita quanto è bello conoscere e amare Gesù.

Cari fratelli e sorelle, dobbiamo personalizzare la fede, che è incontro personale con Cristo. Su Gesù io posso fare tutti i ragionamenti teologici e le esegesi bibliche che voglio, ma sostanzialmente sono chiamato, nella mia piccolezza, ad innamorarmi di lui. Questa è la chiave di volta della vita, che dà senso e gioia all’esistenza, che riempie i giorni e le notti di un sentimento inesprimibile di pienezza, serenità, pace del cuore, dolcezza, tenerezza, ottimismo, forza, coraggio, gaudio, festosità, giovinezza…

Noi credenti in Cristo dobbiamo proporci di fare una profonda esperienza di Gesù nella nostra vita e di trovare i modi giusti per comunicarla.

Personalmente, chiedo sempre al Signore di rinnovarmi ogni giorno il gioioso stupore e l’entusiasmo della prima Messa che ho celebrato, di concedermi il dono delle lacrime per commuovermi pensando che, io, povero peccatore, chiamo sull’altare il mio Dio e lo distribuisco in cibo all’umanità affamata. Quando gli Apostoli dicono a Gesù: “Insegnaci a pregare!”, volevano dire questo: attraverso la preghiera fa che possiamo innamorarci di te ed entrare nel piano di Dio, che è un piano di missione universale!

Siamo nell’Anno Paolino. San Paolo aveva un fuoco dentro che lo spingeva ad andare a tutti i popoli: era il fuoco dell’amore di Cristo.Così si spiegano il suo fervore, il suo zelo, il suo coraggio di buttarsi in tutte le imprese, in tutte le vie che lo Spirito Santo gli indicava, gli apriva davanti. E’ lo spirito che ho notato in tanti missionari.

Paolo diceva di essere stato “afferrato da Cristo Gesù” (Filippesi, 3, 12) : “Mihi vivere Christus est”, per me vivere è Cristo. E aggiungeva: “Quello che per me era un vantaggio, per amore di Cristo l’ho ritenuto una perdita. Considero ogni cosa come un nulla in confronto alla suprema conoscenza di Cristo Gesù mio Signore, per il quale mi sono privato di tutto e e tutto ritengo come spazzatura, pur di guadagnare Cristo” (Filippesi, 3, 7-8).

Lo stesso Paolo esclama: “La carità di Cristo ci spinge” (“Charitas Christi urget nos”, 2 Cor. 5, 14); “Chi potrà separarci dalla carità di Cristo?” (Rom. 8. 35).

Gli esegeti hanno contato nelle lettere di San Paolo 164 volte l’espressione: “In Christo”, cioè la vita in Cristo.

Nel 1983 sono andato in Birmania a trovare padre Clemente Vismara, che è sulla via per diventare Beato della Chiesa universale. E’ morto a 91 anni dopo 65 anni di missione in Birmania. Quando ci siamo incontrati aveva 86 anni ed è morto cinque anni dopo a 91. Volevo intervistarlo sulla sua vita avventurosa, fra guerre e guerriglie, briganti e dittature, lotte tribali e carestie, affamati e lebbrosi. Aveva tante avventure da raccontarmi. Ma lui diceva: “Lascia perdere il mio passato, parliamo del futuro mio e di questa missione di Mong Ping. Il mese prossimo andrò in una nuova tribù che mi ha invitato” e mi parlava di questo nuovo popolo che a 86 anni voleva avvicinare per parlargli di Gesù Cristo. Si lamentava perché non poteva più andare a cavallo e dovevano portarlo con una portantina su per i sentieri di montagna. Era un uomo veramente innamorato di Cristo e della sua missione.

La prima domanda che dobbiamo farci, noi battezzati, è questa: cosa conta Cristo nella mia vita? E’ la fede in Cristo che guida tutti i miei criteri di giudizio e le mie azioni? Ho la passione per Gesù Cristo, oppure é una figura sfumata, che dice poco? Sono convinto che la sfida della mia vita cristiana é l’imitazione di Cristo, essere innamorato di Cristo?

E’ molto facile nel nostro tempo vivere una vita superficiale, travolti come siamo dal vortice delle occupazioni quotidiane. Anche noi sacerdoti dobbiamo continuamente dirci: non fare una vita superficiale, la vita cristiana è una consacrazione, una concentrazione non una dispersione. “Se sarete quello che dovete essere – diceva Giovanni Paolo II ai cattolici italiani a Loreto (aprile 1985), citando Santa Caterina da Siena – metterete a fuoco tutta l’Italia”.

Ecco cari amici, il primo messaggio della Giornata missionaria, alla quale dobbiamo prepararsi. E mi rivolgo soprattutto alle molte persone che aiutano un missionario, che hanno fatto l’adozione di un bambino o di una bambina delle missioni. Per comprendere veramente la missione di Cristo a tutti gli uomini, dobbiamo fare nella nostra vita un’esperienza profonda di amore a Cristo.

Conclusione. Noi comprendiamo il significato e l’urgenza della missione alle genti quanto più sentiamo viva la fede in Cristo in noi e sperimentiamo che proprio la fede è la soluzione di tutti i problemi della vita. Madre Teresa ha sintetizzato in uno slogan quanto ho detto. Le avevano chiesto: chi è il missionario? E la Madre ha risposto. “E’ quel battezzato che ama così tanto Gesù Cristo, da non desiderare altro che di farlo conoscere e amare”.

II) La missione è appena agli inizi. La globalizzazione dell’umanità richiede un nuovo slancio missionario da parte di tutta la Chiesa e di tutti i battezzati.

Alcuni dicono che la missione ad gentes è finita, ma non sanno cosa dicono. In 2000 anni di cristianesimo siamo ancora ai primi passi. Giovanni Paolo II scrive nella “Redemptoris Missio”: “L’attività missionaria è solo agli inizi” (nn. 1, 3, 30, 35, 40); “Dio sta preparando una grande primavera cristiana di cui già si intravede l’inizio” (n. 86); “Vedo albeggiare una nuova epoca missionaria che diventerà giorno radioso e ricco di frutti” (n. 92).

In Africa ci sono circa 800 lingue parlate (non dialetti, ma lingue), la Bibbia intera è stata tradotta in 63 lingue, il Nuovo Testamento in 340, qualche libro del Nuovo Testamento in circa 500! In Asia ci sono regioni sterminate e culture antiche che non hanno ancora ricevuto il “primo annunzio” di Cristo. La Valle del Gange nel nord India ha circa 380 milioni di abitanti i cattolici sono circa un milione, i cristiani non arrivano al milione e mezzo!

L’Asia è vastissima e complessa, gli asiatici sono il 62% di tutti gli uomini e solo il 5-6% degli asiatici sono cristiani! In Africa e in America Latina, se visiti alcuni paesi hai l’illusione di aver visto il continente e di capirci qualcosa. In Asia puoi visitarne molti di più e resti con l’impressione che questa parte del mondo, dove su un terzo delle terre emerse vivono il 62% di tutti gli uomini, rimane misteriosa, impenetrabile: troppo profondo è l’abisso religioso-culturale fra noi e gli asiatici. Visitando l’Asia, capisci che ha ragione il Papa quando nella “Redemptoris Missio” ripete due volte che la missione oggi si svolge specialmente in Oriente, in Asia (nn. 37, 40).

Ecco perché la Giornata Missionaria Mondiale. Queste realtà del mondo e della Chiesa, dobbiamo conoscerle e sentirci coinvolti anche noi, piccoli e poveri come siamo. Noi preghiamo spesso: “Venga il Tuo Regno, Signore”. Ma com’è possibile questo, se più di metà degli uomini e donne del pianeta non hanno mai sentito parlare di Gesù Cristo? Oppure a mala pena ne conoscono il nome, ma pensano che sia uno dei tanti “profeti” di cui è ricca la storia di tutti i popoli? Questo è il risultato di un’inchiesta approfondita di uno studioso anglicano inglese, David Barrett, il quale dice che più della metà degli uomini e delle donne non sanno chi è Gesù Cristo.

La diffusione del cristianesimo nei primi secoli ha del miracoloso, dovuto all’azione misteriosa ma reale dello Spirito Santo, il primo protagonista della missione. Nonostante le persecuzioni, la povertà dei cristiani e la mancanza di comunicazioni rapide come abbiamo oggi, queste comunità costituivano una forza spirituale e culturale che si imponeva all’attenzione di tutti, senza usare la forza o la violenza, ma con l’esempio. Se gli Apostoli fossero rimasti in Palestina. La Chiesa sarebbe stata una delle tante piccole correnti o sette ebraiche senza futuro. Invece la Chiesa si è diffusa in tutto il mondo e ha dato origine alla storia del mondo cristiano, proprio in forza del comando di Gesù: “Andate in tutto il mondo, annunziate il Vangelo ad ogni creatura”.


Oggi cari amici, la situazione è ancora quella. Il mondo globalizzato che unisce i popoli in un solo villaggio ci spinge ad annunziare il Vangelo a quei popoli e culture che ancora non l’hanno ricevuto. Non dobbiamo fermarci alle difficoltà e miserie della nostra Chiesa italiana, allarghiamo lo sguardo e il cuore al mondo intero, il cattolico è un uomo universale.

E’ ancora necessario predicare Cristo ai non cristiani, quando tutti i popoli sanno chi è o possono conoscerlo e le Chiese ormai sono fondate ovunque?Oggi in ogni paese c’è una Chiesa locale con suoi vescovi, sacerdoti, suore e in genere si sente dire che queste giovani Chiese hanno un buon numero di vocazioni. Perché dobbiamo ancora mandare missionari dall’Europa, in paesi che spesso non ci vogliono?

Questa è una grande illusione. Non è affatto vero che ormai tutti i popoli conoscono Cristo e non è vero che la Chiesa locale è fondata ovunque! Giovanni Paolo II scrive nella Redemptoris Missio (n. 30) che «l’attività missionaria è solo agli inizi» e io ci credo per esperienza diretta dei miei viaggi nel mondo intero. Infatti il Papa aggiunge che «specialmente in Asia… ci sono vaste zone non evangelizzate: interi popoli e aree culturali di grande importanza in non poche nazioni non sono ancora raggiunte dall’annunzio evangelico e dalla presenza della Chiesa locale» (n. 37).

Sono andato molte volte in India (per non parlare della Cina!) e mi sono reso conto, ad esempio, che in grandi stati come il Madhya Pradesh (60 milioni di abitanti) i cattolici sono lo 0,03%, quasi tutti provenienti dal sud India. In Uttar Pradesh, che ha 167 milioni di abitanti (il doppio di qualsiasi Stato dell’Europa comunitaria) i cattolici sono circa lo 0,2%, in Giappone lo 0,5%.

Nel 2003 sono andato in Indonesia e nell’isola di Sumatra, estesa una volta e mezzo l’Italia con 50 milioni di abitanti, dove ci sono anche missionari italiani, i saveriani di Parma: i cattolici non arrivano all’1%. E potrei continuare. Recentemente il vescovo cattolico del Nepal ha chiamato il Pime nel Paese himalaiano, esteso come metà Italia e con 24 milioni di abitanti (quasi tutti indù), dove i cattolici sono poche centinaia. In Africa ci sono circa 700 lingue parlate, il Vangelo è stato tradotto solo in meno di 300 e l’intera Bibbia in 62 lingue su 700…

Si dice anche: la missione cattolica, almeno nei tempi moderni, ha avuto scarso successo. Perché continuare in un’opera che ha fatto il suo tempo?

Non si può parlare di successo o fallimento delle missioni cristiane e meno che mai in termini di conversioni e di statistiche! I missionari vanno tra i non cristiani per annunziare e testimoniare Gesù Cristo e formare le prime comunità cristiane. Il risultato di questa azione la vede solo Dio e può venire in tempi rapidi o lunghi. La risposta all’annunzio di Cristo è libera e solo Dio vede i risultati del’annunzio missionario.

La prima volta che sono andato in Cina nel 1973 durante la “Rivoluzione culturale” e non sono riuscito a vedere una sola chiesa cattolica aperta, né ad incontrare un solo cristiano. Anzi, la guida che ci accompagnava, alla domanda se c’erano chiese aperte, se potevamo incontrare qualche cristiano e quanti cristiani c’erano in Cina durante la “Rivoluzione culturale”, rispondeva invariabilmente che la Cina di Mao faceva a meno di Dio e della religione. Tornato in Italia ho scritto che la Chiesa in Cina non esisteva più, che secoli di missione non avevano prodotto frutti. Non l’ho scritto, ma ricordo cdhe pensavo: i cosiddetti “cristiani del riso” che anche i nostri missionari in Cina avevano prodotto un un secolo di evangelizzazione erano frutto di metodi sbagliati di missione e quindi non c’erano più. Per cui concludevo scrivendo che, quando fosse tornata la libertà, bisognava “ricominciare da capo l’evangelizzazione dei cinesi”. Oggi, con un minimo di libertà religiosa e senza alcun aiuto dall’esterno, gli esperti calcolano che i cattolici cinesi riemersi dal nulla sono dai 12 ai 20 milioni (secondo le stime), con un buon numero di conversioni annuali in ciascuna chiesa aperta; complessivamente i cristiani cinesi sarebbero circa 50 milioni, mentre quando nel 1949 Mao Tze Tung prese il potere in Cina, i cattolici erano tre milioni 700 mila e poco più i protestanti.

Conclusione. L’attività missionaria annunzia Cristo e fonda la Chiesa, continuando a formare i cristiani fin che è possibile. Il resto è nelle mani di Dio che guida e giudica la storia. I successi o gli insuccessi li vede e li giudica Lui solo!

D’altra parte, da un punto di vista storico, ci sono voluti 4-5 secoli perché il messaggio cristiano convertisse il Medio Oriente, l’Europa mediterranea e il Nord Africa; e altri 5-6 secoli per convertire il Nord Europa e l’Europa dell’Est fino alla grande Russia, che ha celebrato il primo millennio da quando è stata cristianizzata alla fine del 1900.

Però, dalla nascita dell’islam (612 dopo Cristo) fino alla fine del primo millennio e poi fino al 1500, il cristianesimo ha “perso” tutto il Nord Africa e il Medio Oriente che erano cristiani, invasi e conquistati dall’islam. Quindi, da un punto di vista storico, i primi 1500 anni dopo Cristo sono stati molto poveri di risultati visibili, contabili; se ricordiamo anche gli scismi d’Oriente e d’Occidente e la gravissima decadenza della Chiesa all’inizio del 1500, direi che sono stati quasi fallimentari.

Al contrario, dal 1500 ad oggi, in soli cinque secoli, la Chiesa cattolica, e in genere il cristianesimo, hanno avuto uno sviluppo eccezionale, cristianizzando le due Americhe, penetrando in tutta l’Asia e assumendo una posizione dominante nell’Africa nera, ad di sotto della fascia islamica del Nord Africa. All’inizio del Novecento in Africa c’erano meno di un milione di cattolici, oggi sono 130-140 milioni! Se a questi aggiungiamo almeno altrettanti protestanti delle Chiese storiche e di altre Chiese o sette o movimenti carismatici che diffondono la Bibbia, per il cristianesimo non mi pare un successo «da poco». Invece in Asia (escluse le Filippine) il cammino della missione cattolica è molto più lento per via delle grandi culture e religioni e dei popoli più evoluti, con civiltà millenarie alle spalle.

Ma non possiamo giudicare la missione solo dai risultati numerici.

Proprio in Asia le missioni cristiane e le piccole comunità cristiane nei singoli paesi, pur non avendo convertito a Cristo le grandi masse asiatiche, hanno ottenuto un altro effetto non facile valutare, ma che è certamente notevolissimo. La loro presenza, soprattutto attraverso la carità verso i poveri e l’educazione dei giovani, ha avuto un influsso culturale e umanizzante sulle grandi religioni organizzate, cioè induismo, buddhismo e islam, che nel corso dell’ultimo secolo o poco più sono cambiate molto. Da un lato c’è stata la loro rinascita, come reazione alla colonizzazione e alla diffusione del modello di vita culturale occidentale, che intacca e distrugge i loro fondamenti filosofici e religiosi; dall’altro, queste grandi religioni si modernizzano e assumono impegni di carattere speciale e culturale sull’esempio di quanto fanno le missioni cristiane.

Due mie esperienze nel mondo islamico. Nel 2006 ho visitato la Libia, paese interamente islamico con una piccola comunità cristiana. Però da venti e più anni Gheddafi ha chiesto suore e infermiere cattoliche per il suo paese, poichè suo padre era stato curato da due suore infermiere francescane. Oggi in Libia ci sono un’ottantina di suore (italiane, spagnole, libanesi, polacche, indiane, filippine) e 10.000 dottori e dottoresse e infermiere cattoliche filippine e indiane. La Libia non ha ancora dottoresse e infermiere libiche, le prime sono state formate in questi ultimi anni.

Il vescovo di Tripoli, mons. Giovanni Martinelli, che mi aveva invitato, mi diceva che queste donne cristiane presenti ovunque nelle strutture sanitarie del paese, stanno cambiando l’immagine che del cristianesimo avevano i musulmani. Ammirano le nostre donne, gentili, cordiali, professionalmente capaci ma anche libere, istruite, autonome. Capiscono la differenza con le loro donne che in grandissima parte non hanno studiato, non si sono liberate dalla pesante tradizione islamica.

Seconda esperienza. Nel 2003 ho visitato la Chiesa dell’Indonesia e nell’isola di Sumatra i missionari saveriani mi hanno fatto visitare varie missioni dell’interno, dove sono in corso lotte e guerriglie fra le diverse etnie, tutte musulmane. Unite dalla religione, ma combattono per le terre, le acque, i commerci, ecc. E’ mi dicevano che quando succedono questi fatti di sangue (villaggi bruciati, profughi, morti e feriti, vendette) il governo manda un “Comitato di pacificazione” formato da cinque uomini (fra i quali quasi sempre ci sono due cristiani) per riunire i capi tribù e capi villaggio.

A Giakarta, ho chiesto ad un alto funzionario del Ministero degli Interni il perché di questa stranezza, in un’isola al 95% tutta musulmana, Mi ha risposto: “Perché voi cristiani avete un principio di cui anche noi abbiamo bisogno: il perdono delle offese, mentre per noi la vendetta è sacra. Le vostre comunità lo vivono, i vostri vescovi e giornali ne parlano. Quando un cristiano parla di pace è credibile”. E accennava ad altri tre “valori” cristiani testimoniati dalle comunità locali in Indonesia: l’universalismo, il superamento di ogni tribalismo e razzismo per motivi religiosi; lo spirito di gratuità nelle opere caritative ed educative: date a tutti allo stesso modo, a qualsiasi religione appartengano; e il vostro atteggiamento nei confronti delle donne, alle quali riconoscete pari dignità che all’uomo.

III) La missione rinnova la Chiesa perché la fede si rafforza donandola. Più comunico ad altri la fede e più la mia fede si rafforza.

Nella Chiesa italiana si nota oggi una forte diminuzione del senso missionario. I missionari italiani sono ancora molti, dai dieci ai dodicimila. Esistono tanti gruppi e associazioni missionarie che seguono una missione o un loro missionario, pregano, mandano aiuti, fanno visite. Ma delle missioni e dei missionari si parla molto meno di venti-trent’anni fa sulla stampa cattolica in genere e non parliamo nemmeno della stampa laica e delle televisioni: la figura del missionario è scomparsa dall’orizzonte dell’informazione. Ci vuole proprio un caso come quello di padre Giancarlo Bossi preso prigioniero dei guerriglieri islamici nelle Filippine nel giugno 2007, perché il missionario ritorni alla ribalta.

L’anno scorso 2007, dal 21 al 25 maggio si è svolta nella Città del Vaticano l’Assemblea generale della Conferenza Episcopale Italiana (CEI), alla quale ho partecipato come consultore perché era dedicata al tema “La missione alle genti là e qui da noi”. Cinque giorni assieme a circa 280 vescovi italiani, residenziali ed emeriti, giorni veramente interessanti sia nei singoli gruppi che in assemblea generale.

Ma proprio quella partecipazione attiva mi ha fatto capire in modo molto concreto perché nella Chiesa italiana l’ideale missionario e l’attività della missione alle genti è in ribasso. In pratica i vescovi hanno parlato molto più che della missione qui da noi, nella nostra Italia, che non della missione alle genti fra i non cristiani. Anzi, la missione alle genti è stata ricordata quasi solo in relazione alla Chiesa italiana. Però a sentir parlare i singoli vescovi delle loro diocesi ho capito molto bene il motivo profondo e angoscioso per un vescovo, che noi tutti già conosciamo: l’Italia che ancora qualche anno fa aveva circa il 96% degli abitanti battezzati nella Chiesa cattolica, attraversa una crisi profonda di fede e di pratica religiosa. Quindi anche crisi di vocazioni alla vita consacrata e tutto il resto.

Un vescovo diceva che nella sua diocesi più della metà dei sacerdoti diocesani non sono nati sul posto ma vengono da altri paesi; un altro aggiungeva che se a Roma non avesse trovato un po’ di giovani sacerdoti polacchi, indiani, africani, latinoamericani la sua diocesi avrebbe dovuto dichiarare fallimento perché da 15 anni non ha più nessun nuovo sacerdote e alcuni ordini religiosi che avevano parrocchie si sono ritirati perché anche loro hanno poche vocazioni.

Sono solo due casi su parecchi altri. Ma queste situazioni le conosciamo tutti bene

anche come esperienza personale, poiché mancano i sacerdoti e non poche parrocchie italiane oggi sono senza sacerdote.

Perché mandare ancora missionari in ogni parte del mondo, quando qui in Italia rischiamo di perdere la fede?

Perché proprio la missione alle genti e lo spirito missionario di cui ho appena parlato sono indispensabili per la rievangelizzazione della nostra Italia. “La missione rinnova la Chiesa!” ha detto molte volte Giovanni Paolo II.

Oggi, nelle nostre Chiese antiche in un’Europa fortemente scristianizzata, è evidente a tutti che la “nuova evangelizzazione” dei nostri popoli la faranno soprattutto i laici. Per due motivi:

1) Perché le persone consacrate (preti e suore) diminuiscono sempre più e bastano a malapena ad assistere religiosamente i credenti già praticanti; dunque l’attività missionaria verso l’esterno o la faranno i laici o non la farà nessuno.

2) Nella pastorale tradizionale di diocesi e parrocchie c’è sempre stato un impegno quasi esclusivo ad assistere le «pecorelle» rimaste nei recinto del gregge di Cristo. Avevamo, in Italia (ma anche in Spagna ad esempio), il 96% degli italiani e spagnoli battezzati, più o meno “praticanti” è vero, ma insomma ci illudevamo di raggiungere con le nostre iniziative pastorali la maggioranza della popolazione e non era vero. Così abbiamo continuato a trasmettere e coltivare la fede solo o quasi solo alle persone singole, alle famiglie, ai fedeli che venivano in chiesa. Non abbiamo evangelizzato la società, che si è sempre più allontanata dalla Chiesa, dalla fede e dalla vita cristiana. Così oggi abbiamo ancora molti cristiani che credono e in qualche modo pregano, frequentano i santuari, si ritengono credenti. Ma la società non è più cristiana.

La Chiesa ha trascurato gli strumenti educativi e formativi della vita sociale e delle mode culturali, soprattutto i mass media, le scuole, le università, la cultura popolare. Il tempo moderno, con laglobalizzazione dell’umanità e dei modi di vita, porta alla Chiesa una sfida nuova: il prete protagonista quasi unico della missione oggi non tiene più. Il vescovo e il sacerdote sono indispensabili perché la Chiesa nasce attorno all’Eucarestia e si fonda su comunità riconosciute e obbedienti al vescovo unito col Papa. Ma non possono pensare e programmare tutto nel campo immenso della “nuova evangelizzazione”. Non si tratta più solo di annunziare Cristo alle singole persone, famiglie e comunità, oggi la società è dinamica, dispersa, multiforme, direi nomade (pensiamo a tutti quelli che sabato e domenica sono fuori parrocchia!): la sfida è di evangelizzare la cultura e i soggetti educativi che formano le persone: scuola, università, mass media, politica, leggi, economia, tecnologia, scienze, medicina, mode culturali, l’Onu e suoi organismi e via dicendo (i famosi «moderni areopaghi» di cui parlava Giovanni Paolo II).

Ecco perché sempre più si sente l’esigenza e l’urgenza di realizzare quel grande principio che a volte si afferma ma non si pratica e che porterebbe una radicale rivoluzione nella Chiesa:il prete faccia il prete (persona consacrata che presiede la comunità,uomo di preghiera e di Dio, studioso della parola di Dio, operatore dei sacri misteri e dei sacramenti, confessore e direttore spirituale); e il laico faccia il laico, impegnato nel portare il Vangelo nel mondo in modi e con strumenti diversi, anche autonomi dalle strutture diocesana e parrocchiale.

Nelle missioni più giovani in genere è così; mentre nelle Chiese già costituite da molto tempo in territori non cristiani si rivelano gli stessi difetti delle nostre Chiese antiche d’Europa, si chiudono, perdono lo slancio e l’entusiasmo della missione. I neofiti ricevono il messaggio di Gesù con entusiasmo, perché causa nella loro vita una rivoluzione profonda. E spontaneamente lo annunziano agli altri, lo proclamano: la fede si rafforza donandola!

3) Le nostre Chiese antiche debbono crescere nella laicità. La missione è di tutti i battezzati. La svolta missionaria alla Chiesa la daranno i laici e soprattutto le donne.

Bisogna partire dalla convinzione profonda che i primi evangelizzatori sono i laici, la gente comune che viene in chiesa. Noi preti abbiamo un compito essenziale, almeno così avviene nelle missioni: comunicare ai laici “il fuoco della missione”! Bisogna dare ai nostri laici l’entusiasmo per la fede. Allora tutto viene di conseguenza.

Tutti i laici battezzati sono missionari, in forza del loro Battesimo. “La missione è di tutto il popolo di Dio: anche se la fondazione di una nuova Chiesa richiede l’Eucarestia, e quindi il ministero sacerdotale, tuttavia la missione, che si esplica in svariate forme, è compito di tutti i fedeli” (Redemptoris Missio, 71). La “Christifideles laici” è uno sviluppo di questo pensiero. Non intendo l’impegno dei laici nei “ministeri consacrati” o anche non consacrati, ma parlo dei laici che vivono la vita cristiana nel mondo in modo missionario.

La rivoluzione di mentalità debbono compierla anche i laici: essere cattolico oggi comporta non solo più l’osservanza della legge di Dio, la frequenza alle funzioni liturgiche, l’educazione religiosa dei figli, ma l’impegno personale di tempo, intelligenza, energie, risorse economiche nell’evangelizzazione.

Qualcuno potrebbe dire: ma i nostri cristiani sono tiepidi, incostanti, ignoranti circa i temi della fede. Come possono diventare missionari se prima non li formiamo? D’accordo, ma per formarli all’ideale missionari, noi preti dobbiamo viverlo profondamente: non è un insegnamento dottrinale, ma la trasmissione della passione per Gesù Cristo. Se non c’è questa passione, cosa si trasmette?

Giovanni Paolo II afferma, nella “Redemptoris Missio”, che la soluzione alla nostra crisi di fede è la missione.

Così pensava anche Gesù. Nel Vangelo di Marco si legge che Gesù risorto appare alle donne e poi ai due discepoli di Emmaus, infine ai suoi apostoli (Marco, 16, 14-16): “Alla fine Gesù apparve agli undici Apostoli mentre erano a tavola. Li rimproverò perchè avevano avuto poca fede e si ostinavano a non credere a quelli che lo avevano visto risuscitato. Poi disse loro: ‘Andate in tutto il mondo e portate il Vangelo a tutti gli uomini. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo; ma chi non crederà sarà condannato'”.

Ma come! Gli Apostoli non credono, sono tutti dubbiosi e paurosi, e tu Gesù li mandi nel mondo? Digli piuttosto di stare a Gerusalemme a pregare e studiare la tua parola, i tuoi esempi; digli di fare un po’ di noviziato, di rafforzarsi nella fede, di approfondire esegeticamente e teologicamente quello che tu hai detto, di studiare i rapporti della fede in Cristo con l’ebraismo e la filosofia greca… e poi andranno ad annunziare il Vangelo. Cosa vanno a dire se non ci credono o non sanno in cosa credono? Si può rispondere: gli Apostoli avevano lo Spirito Santo! Giusto, ma pensiamo forse che lo Spirito Santo è andato in pensione?

Nelle missioni in genere è così. I neofiti ricevono il messaggio di Gesù con entusiasmo, perchè causa nella loro vita una rivoluzione profonda. E spontaneamente lo annunziano agli altri, lo proclamano: la fede si rafforza donandola!

Bisogna riscoprire la varietà dei carismi e dei modi di vita cristiani. Non ci sono modelli unici, né forme uniche di vita cristiana e di Chiesa. Come dice san Paolo: poichè Cristo sia annunziato…. La missione relativizza i nostri schemi: se pensi in modo missionario, vedi che per andare ai lontani la Chiesa deve presentare una varietà di personaggi, di schemi, di movimenti: l’importante è che annunzino Cristo!

Guardate la diversità dei santi: non ne trovate due eguali.

Se l’imperativo assoluto è la missione, l’unità per la missione, la varietà delle forme di annunzio per la missione, allora le diversità vanno superate: purchè si ami e si annunzi Cristo, nella Chiesa c’è posto per tutti.

Padre Gheddo su Radio Maria (2008)

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